Di libri, editori e di gatti nelle scatole

foto_gatto_libriUn Libro è un oggetto strano, dal funzionamento misterioso. Un po’ come l’Amore, o l’Umanità: tutti ne parlano, a volte ne straparlano, ma nessuno che riesca a darne una definizione chiara. Il motivo sta forse nei vari punti di vista, o “livelli”, con i quali si può affrontare l’oggetto della discussione.

Per “libro” possiamo intendere il contenitore, ovvero la carta su cui è stampato, la grana della carta stessa, il profumo che fa appena portato a casa dalla libreria. Insomma tutto ciò che è “oggetto”, che è fatto di materia, che può alla bisogna essere utilizzato come corpo contundente (nel caso di pubblicazioni di un certo “peso”). Nel caso dell’editoria digitale il contenitore viene a mancare, almeno nel senso classico del termine: un libro diventa un “file”, un documento composto da “1” e “0” che, una volta dato in pasto ad un apposito programma, diventa una pagina da leggere, un insieme di parole.

Oppure, sempre nel caso del digitale, per contenitore si intende l’oggetto utilizzato per leggere. Può trattarsi di un lettore di ebook, dispositivo appositamente studiato per rendere l’esperienza di lettura il più simile possibile a quella che si avrebbe con un omologo cartaceo, o di un computer o addirittura di un telefonino di ultima generazione, i cosiddetti smartphone, che di furbo hanno forse solo la strategia di marketing che ne fa un oggetto indispensabile pur rasentando l’assurdo dell’onanismo tecnologico.

Ma un libro non si limita ad essere le pagine su cui è stampato (o i chip di silicio nei quali è memorizzato, o il display a n-milioni di colori sui quali è visualizzato): ciò che rende un libro veramente diverso da ogni altro libro, al di là del “pacchetto” nel quale è confezionato, è ciò che dentro il libro sta scritto. Il suo contenuto, insomma.

Questo è indipendente dalla grana della carta, dal colore della copertina o dal livello tecnologico del lettore: un buon libro comunica qualcosa, lo fa attraverso le parole, infischiandosene del marketing e dell’innovazione. Con buona pace di McLuhan e del suo “il media è il messaggio”.

Un buon libro deve comunicare qualcosa, oltre a quello che comunica la copertina, altrimenti non si tratta di un buon libro.

Ma anche qui le cose, se all’apparenza sembrano farsi più chiare, non si semplificano affatto. Come avviene questa comunicazione? A quali condizioni? Perché? E soprattutto (la domanda che ci siamo ripetuti più spesso negli ultimi mesi): qual’è il ruolo dell’editore in tutto questo?

gatto-schrodinger-375x281Per citare un esempio preso da tutt’altro campo, diciamo che un editore è un po’ come uno sperimentatore che mette un gatto in una scatola. Dal di fuori è impossibile sapere come sta il gatto, se sia vivo o se sia morto, senza aprire la scatola stessa. E fino a che nessuno apre questa benedetta scatola, questo benedetto libro, continua ad essere impossibile capirlo.

Un libro per essere vivo (o morto) deve essere aperto, deve essere letto, ha bisogno di un pubblico. Sarà proprio il pubblico a decidere “se ne valeva la pena”, se quello che l’editore ha chiuso in una scatola (che sia fatta di cartone o di memoria flash poco importa) è vivo o è morto.

E’ proprio per questo che, per un’opera letteraria, conta più quel che c’è dentro (il contenuto) del contenitore: la scatola una volta aperta si butta, il libro rimane con chi lo legge. Rimane nei suoi ricordi, nel suo modo di pensare, nella sua visione del mondo. A Matisklo Edizioni ci limitiamo a metterlo nella scatola, ad imballarlo in modo che possa arrivare al lettore nelle migliori condizioni possibili. E’ una gran bella responsabilità, ma siamo pronti ad assumercela. Poi la palla passa a te, lettore.

 Francesco Vico

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4 pensieri su “Di libri, editori e di gatti nelle scatole

  1. Pingback: Matisklo Edizioni
  2. Una responsabilità che mi sono sempre assunto come lettore. Azzeccato il riferimento al gatto di Schrödinger e bel post.

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