Le opache increspature della poesia. La “Terra bruciata di mezzo” di Mirko Servetti.

di Andreas Ruiz Peralta

terrabruciatadimezzoTerra bruciata di mezzo, sesto libro di Mirko Servetti, arriva al termine di un percorso cominciato nel 1997 con L’amor fluido e filtrato attraverso le Quotidiane seduzioni del 2004. Non mi è dato sapere se sia un punto d’arrivo o solo l’ultima tappa, in ordine di tempo, di un viaggio che porta ancora più lontano ma, conoscendo i poeti e la poesia, scommetterei su questa seconda possibilità. Servetti è uno che di poesia ne ha mangiata e digerita parecchia, ma non prima di averla masticata a dovere per assaporarne il gusto e, quando necessario, sputata. Un po’ come fa con quei sigarini che, mentre ti parla, lo avvolgono in straccetti di nuvole che gli galleggiano attorno come pensieri.
Punto d’arrivo o tappa che sia, Terra Bruciata di mezzo è un traguardo, questo è certo. Solido e sicuro, è un libro aderisce a Servetti come una seconda pelle. Si veda la trattazione dei vari generi, intesi come canoni d’accademia, di cui il nostro è maestro sbeffeggiatore e rinnovatore, e si veda la questione stilistica, tanto discussa in certi salotti buoni, alla quale finisce per accennarmi, non senza il solito sorriso da cicatrice:
«La mia praxis scritturale si fonda su una sorta di paradosso, non sulla prona adesione a535809_4050270139650_1395603650_n questo o a quel modulo espressivo ma proprio sul “decantarne” i canoni precostituiti e le residualità accademiche: per “straniare” i cosiddetti “generi”; possibilmente attraverso il filtro dell’ironia. Non è detto, certo, che simili operazioni siano sempre confortate dai risultati. Si sa che un conto è la teoresi, ma la poesia è altro. Ci si chiederà allora come si possa giungere, con la presupposta metodologia, ad una personale sintesi stilistica, dal momento che simile metodologia ricognitiva rischia fortemente di restare fine a se stessa. Ma come essere sicuri di ciò dopo avere individuato quale perno del proprio lavoro la costante della sperimentazione?».
C’è qualcuno disposto a considerare la curiosità il limite strutturale di un poeta? Servetti si chermisce, parla di arma a doppio taglio, suggerisce una presunta «mancanza di unitarietà e compattezza stilistica» ma appare chiaro che non crede nemmeno lui: «Ovvio che sono altrettanto disposto a rischiare proseguendo con passione per questo sentiero». Un sentiero che ha condotto Servetti ad una maturità stilistica rara, anche fra i “veterani”. Mi piace Cesare Oddera (che insieme a Francesco Vico è editore di Terra bruciata di mezzo – altri due che di poesia ne hanno vista tanta), quando definisce Servetti «una delle voci più […] direttamente riconoscibili del panorama italiano e non solo» e  afferma: «Servetti è uno dei poeti che maggiormente hanno conservato intatta la capacità di sorprendere il lettore per vigore e grazia». E se questa non è la regina delle cifre stilistiche allora lo stile è definitivamente perduto.
562304_3602207458363_1150471587_nAltro argomento delicato è quello dello “stile che precipita nello stile”. Roba da tecnici, una questione spinosa solo superficialmente. Su questo Servetti accetta di aprirsi maggiormente:
«Alcuni critici, in passato, rilevarono una certa componente “opaca” intrinseca ai miei moduli espressivi. La presunta opacità della mia visione di poetica  risiede nel vedere senza osservare, fluttuando sul piano della poesia stessa. È l’ebbrezza flaneuristica, una seconda vista che, nella sua passeggiata, sbuca in una zona a dismisura di quel quotidiano da cui è iniziata. Un varco da cui esce una tensione messianica profana, portatrice di una “rivelazione” immanente. Forse (mi si perdoni il pesante esercizio di autoreferenzialità) sta qui il senso del maraviglioso, non nell’apertura mistica ad un altrove, bensì nell’affiorare della contraddizione (e, nel caso, giustifico appieno pur se con modalità peregrine il senso dell’opacità) che resiste ad ogni tentativo di risoluzione. Il maraviglioso appartiene alla superficie, alle increspature che pervadono come brivido il corpo metaforico della città-labirinto».
Francamente non credo vi sia alcun corollario possibile. Aggiungo solo che Terra bruciata di mezzo è uno dei poemi più densi di contenuto in cui mi sia imbattuto negli ultimi anni. Arso ed apparentemente arido nella crosta (come ben suggerisce il titolo), umido e fertile appena sotto e via a scendere. Ciò detto, la parola torna a chi l’ha sempre avuta dalla sua, cioè alla poesia.

Da Terra bruciata di mezzo:

*

Sei tu noi siamo,
in quelle istantanee
senza paesaggi che non siano
tendopoli vacanziere
o stabbi per angeli espatriati.
Non mi hai detto
quante stanze abitasti
né ti ho detto
quanti cieli ho visto,
e se avemmo vite convergenti
chi lo può dire
se non le silhouettes nostre
abbarbicate ai cantucci del soggiorno,
le terraglie accatastate
all’immutabilità della calenda
poiché l’inganno è nel dire
che il mondo è situato qui
e il dolore altrove.

*

Mi conversi dei sentieri scoperti
e delle strade viaggiate
tra le pagine bianche d’un diario
quando di te sapevo forse l’età,
al più il viso per sentito dire
e il tuo domicilio
era dopo lo scambio
che portava a sud;
lo si capiva dal fetore
dell’aria ferrosa e dalla breccia
messa in gara con i frutici
fra i barbagli stracarichi…

…o di quando la grande calda
smagliava le case scure
ed eri presa di una contentezza
da vivere nelle vetture
di seconda classe
piene di fumo e di apologhi,
con l’acqua tersa di una rovescia
che veniva a ricordarti
quanto l’avevi in corpo,
la voglia di mare.

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