Séamus Heaney, ovvero scavare con la penna

SeamusHeaneyLowResE’ mancato ieri, 30 agosto 2013, il poeta premio Nobel per la letteratura nel 1995 Séamus Heaney.

Nella prima versione della frase qui sopra, accanto alla parola “poeta”, avevo aggiunto il termine “irlandese”. Subito dopo averla scritta mi è tornato alla mente un passaggio di Digging, quello che fa “tra il mio pollice e l’indice / sta acquattata la penna / scaverò con quella” ed ho eliminato l’aggettivo. Questo perché penso che una persona, nel momento in cui veste i panni dell’artista e produce un’opera in grado di parlare direttamente al cuore del suo pubblico, smette di essere di quel posto o di quell’altro. La sua storia personale non importa più, quello che conta è l’opera e ciò che essa comunica.

Ciò è ancora più vero per Séamus Heaney, nonostante (o proprio a causa del fatto che) la sua poesia sia così strettamente legata all’ambiente nel quale egli ha vissuto ed operato.

Figlio di un contadino e di una domestica, profondamente legato alle proprie origini ed alla propria terra, le sue opere sono strabordanti di riferimenti alla sua infanzia, all’Irlanda ed al problema dell’indipendentismo irlandese. Ma come ben scrive Jack Kroll su Newsweek, Heaney “ti fa vedere, ascoltare, odorare, assaporare la sua vita, vita che usando le sue stesse parole non è provinciale ma parrocchiale, campanilista; il provincialismo suggerisce trascuratezza o mediocrità, mentre ogni parrocchia, rurale o urbana che sia, è uguale in quanto comunità dello spirito umano“.

E’ proprio grazie a questo suo campanilismo che la poesia di Heaney ha qualcosa da dire a tutti quanti, siano essi irlandesi o inglesi o italiani o di qualsiasi altra nazionalità: perché tutti sono prima di ogni altra etichetta esseri umani e condividono tra loro l’esperienza della comunità ristretta nella quale sono cresciuti. Ognuno di noi è in qualche misura un campanilista, legato alla propria terra ma soprattutto alle proprie origini, anche se questo legame prende a volte strade differenti.

Digging

Between my finger and my thumb
The squat pen rests; as snug as a gun.

Under my window a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds
Bends low, comes up twenty years away
Stooping in rhythm through potato drills
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade,
Just like his old man.

My grandfather could cut more turf in a day
Than any other man on Toner’s bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, digging down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mold, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I’ve no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I’ll dig with it.

 

Scavando

Tra il mio indice e il pollice sta la penna,
Salda come una rivoltella.

Sotto la mia finestra un suono graffiante
Quando la vanga affonda nella ghiaia:
Mio padre che scava. Guardo giù

Finché la sua schiena china tra le aiuole,
Si risolleva, venti anni indietro,
Piegandosi a ritmo in mezzo ai solchi
Di patate che scavava.

Il rozzo scarpone poggiato sulla staffa,
Il manico all’interno del ginocchio sollevato con fermezza,
Sradicava le alte cime, infossando l’orlo lucente
Per spargere le patate nuove che noi raccoglievamo
Amandone la fresca durezza tra le mani.

Dio, sapeva usare una vanga il mio vecchio,
Proprio come il suo vecchio.

Mio nonno tagliava più torba in una giornata
Di chiunque altro uomo alla torbiera di Toner.
Una volta gli portai del latte in una bottiglia
Turata alla men peggio con un pezzo di carta.
Si raddrizzò per berne e subito riprese
A tagliare e intaccare nettamente,
Spalando pesanti zolle, gettandosele alle spalle,
Andando a fondo, sempre più a fondo
In cerca di buona torba. Scavando.

Il freddo aroma d’amido nel terriccio, il risucchio
E lo schiaffo della torba umida, i tagli netti della lama
Nelle radici vive mi risvegliano la memoria.
Ma non ho una vanga per imitare uomini come loro.

Tra il mio indice e pollice
Sta acquattata la penna.
Scaverò con quella.

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