“Stelle s-cadenti” racconto inedito di Anna Rossetto

Stelle s-cadenti

800px-Meteor_BolideLa mia cucina ha il tono di luce di una chiesa. In questa semi oscurità sembra quasi che il mondo sia immobile. Io no. Sto affettando le zucchine.

Le lavo pazientemente sotto l’acqua, allegra e ciarliera. Fuori ci saranno 40 gradi, ho chiuso porte e finestre, ma il calore entra ugualmente dai muri come un fantasma infuocato. La radio elargisce la voce di Adele. Che splendida voce. Un’eco si espande da una parte remota del mio cervello, situata in qualche punto oscuro della corteccia cerebrale. Una manciata di cellule, furbescamente nascoste nella materia grigia. Il tempo si è scordato di loro, hanno ancora quindici anni. «Che bella voce hai, potresti studiare…». Già, potresti. Avrei potuto.

Sorrido tra me e me, chiudo il rubinetto. Sono esattamente la nonna di Billy Elliot. Fantasticando sul sogno del giovane nipote aspirante ballerino, nato in un’Inghilterra e in una famiglia piene di problemi, ripete almeno un paio di volte durante il film «Avrei potuto fare la ballerina»; tutti la guardano come se avesse parlato in aramaico antico. Chissà perché la stessa frase detta dalla stessa bocca, dallo stesso cervello, dalla stessa persona ha un significato diverso a seconda dell’età. Avrei voluto fare la cantante. Sì, mi sarebbe piaciuto e mi sarei impegnata. Tanto. Di brutto. Detto a vent’anni profuma di sogno, detto verso i cinquanta ha l’odore dolce-amaro del rimpianto. E dire che la differenza sta solo nel tempo del verbo. Quando si è giovani si dice «vorrei». «Avrei voluto» non è ancora previsto, non è contemplato, non esiste.

Metto le fettine di zucchina a sfrigolare sulla piastra. Il loro arrostire sommesso mi ricorda quanto sono imbecille ad accendere una piastra in casa in pieno luglio, con 40 gradi all’ombra, ma le zucchine arrivano in regalo, sono buone e appetitose.

Dove ero rimasta? Ah, sì, avrei voluto fare la cantante. E, perché no, anche la pattinatrice. La mia carriera sportiva si è frantumata, dopo un paio d’anni, contro il muro insormontabile dei compiti per casa, dettati da una maestra che avrei ringraziato solo molti anni dopo.

Così, con il passare del tempo, una generosa “costituzione fisica” mi ha regalato le braccia di un pugile e i polpacci di un calciatore. Ovviamente del Milan, per solidarietà mammistica.

Accidenti, questa zucchina sta bruciando… Sorrido di nuovo. Una delle mie più care amiche, sentendomi descrivere i miei difetti fisici in modo così colorito, mi ha detto: «Almeno non si potrà dire che tu non sia una persona sportiva». Avevo tre opzioni: prenderla a pugni, prenderla a calci o ridere assieme a lei dandole dell’idiota. Ho scelto la terza opzione.

Taglio un’altra zucchina. A quest’ora ventitré anni fa stavo scegliendo il vestito da sposa. Un sogno. Un sogno avverato, non tutte possono dirlo. Negli anni Ottanta questo era ancora un traguardo, meglio, la partenza per una vita diversa, la famiglia, i figli, la casa. Poi tutto rapidamente si è trasformato, evoluto, tutto è cambiato. Ai sogni femminili si è aggiunto, finalmente e giustamente, quello della carriera, che ha sottratto quello del matrimonio e dei figli, moltiplicando al cubo orari e impegni e dividendo quello delle faccende domestiche. Quando va bene, con il marito. Diciamola tutta, se oggi non si lavora in due non si va proprio da nessuna parte.

Altra zucchina carbonizzata. Veramente non so se noi donne ci abbiamo guadagnato veramente. Stavamo meglio prima, quando i sogni restavano caparbiamente tali, o stiamo meglio ora quando, per rincorrere traguardi lontani, a volte irraggiungibili, ci facciamo in pezzi, piccoli pezzi, per sistemare tutti e tutto?

Mi sciacquo le mani, dalle fettine di zucchina crude escono delle piccole lacrime. Mi sento un po’ crudele.

Poi penso. Penso a Daniela, sepolta a trentasei anni per un tumore che aveva già iniziato a scavarle la fossa quando ne aveva diciassette. Lei non ha mai avuto un vestito da sposa, nemmeno un paio di pattini. Aveva solo le ruote, povera stella, quelle della sedia a rotelle.

Abbandono per un attimo le zucchine nella loro valle di lacrime, sistemo un po’ lo studio di mio figlio dove sembra sempre sia esplosa una bomba.

Penso che sono sempre io che rimedio ai danni dell’esplosione.

Penso che, quando vedo cadere una stella, quando mangio il primo frutto di stagione, quando incappo in un qualsiasi stupido rituale che mi fa esprimere un desiderio, ripeto sempre la stessa cosa: salute… buona… no, voglio esagerare, esigo il più grande dei desideri. Ottima salute per mio figlio. Da qui all’eternità.

Penso a chi vorrebbe dei figli e non li può avere perché il maledetto destino ha deciso così. Penso a chi ha dei figli e li abbandona. Penso che a volte la vita sia veramente bastarda, ingiusta e pure un po’ scorretta. Malignamente beffarda. Regala i figli a chi non li vorrebbe e priva di questa gioia coloro che li desiderano. Non sarebbe più semplice e meno dannoso il contrario?

Poi penso che probabilmente la mia logica non è esattamente Vangelo e smetto di riflettere sulle ingiustizie cosmiche.

Oddio! Torno di corsa ai fornelli, accidenti a me e alla mania di fare due cose assieme! La zucchina tagliata continua a piangere, le sue sorelle si sono abbronzate un po’ troppo. Spengo tutto, per oggi basta cucinare (eufemismo azzeccatissimo).

In molti dicono che noi donne abbiamo la capacità di fare più cose in una volta sola. Non è esatto. Ci siamo evolute, come le giraffe. Loro hanno progressivamente allungato il collo per non morire di fame. Noi abbiamo dovuto fare in modo che la giornata diventi un elastico. Per non impazzire.

Così, mentre stiriamo, ascoltiamo nostro figlio che ci ripete la poesia, annusiamo l’aria per essere sicure che il ragù non si bruci, siamo a piedi nudi perché lo smalto si asciughi e, in lontananza, percepiamo la centrifuga della lavatrice che annuncia la successiva distesa dei panni. E Dio benedica chi ha inventato la lavatrice. Il tutto nei nostri giorni di riposo, quando cioè non siamo al lavoro, l’altro lavoro, quello stipendiato. È così.

A volte ci sentiamo pezzi di un puzzle che si scombina la mattina presto per poi ricomporsi la sera tardi. Il più delle volte i pezzi fanno pure fatica ad incastrarsi.

Siamo delle stelle. Cadenti. Quando ci vedono, in molti esprimono un desiderio. I figli vorrebbero delle madri morbide ed elastiche, i fidanzati vorrebbero delle donne sempre attraenti e spigliate, i mariti vorrebbero delle mogli cuoche, colf, all’occorrenza un po’ geishe.

E quando non ci riusciamo, quando non siamo tutto quello che gli altri si aspettano da noi, rimaniamo delle stelle ma ci sentiamo s-cadenti, con la s all’inizio. Pensiamo di essere imperfette, colpevoli, assolutamente inadeguate.

Non importa.

La vita va avanti, il mondo non inchioda di fronte alle nostre insicure certezze di arrivare sempre e dovunque. Anche domani ci dovremo far bastare il tempo, dovremo pianificare ora per ora, impegno per impegno. Ce la faremo. Ce la dobbiamo fare. Ce l’abbiamo sempre fatta.

Perché solo le stelle, le piccole stelle, le tante stelle hanno il coraggio, l’ostinazione e la caparbia presunzione di riuscire a illuminare anche la notte più nera.


annarossetto (1)Anna Rossetto (Treviso, 1965), nasce e cresce quando ancora non ci sono i computer, quando al posto dei cellulari ci sono le cabine telefoniche, quando al posto dell’ipermercato si va a fare la spesa da “el casoìn” (negozietto di alimentari). Frequenta quattro anni di istituto magistrale (bene anzi benissimo in latino, non altrettanto in matematica), inizia a lavorare, si sposa ed ha un figlio.

Poi nel 1999 inizia a scrivere: lettera 32, carta carbone, bianchetto. Dei primi concorsi letterari cui partecipa viene a conoscenza attraverso il televideo.

Riceve premi e segnalazioni, pubblica la sua prima raccolta di racconti “Gli archivi segreti del destino” (2009, edizioni Cinquemarzo).

Le piacciono le coincidenze e le serie televisive ambientate negli ospedali, conta ancora sulle dita.

Per Matisklo Edizioni ha pubblicato a luglio 2013 la raccolta di racconti “Farfalle nel temporale“.

farfalleneltemp (1)

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