Matisklo, il nostro “strano” nome

Primo Levi
Primo Levi

Sono tantissimi i lettori che, magari avvicinandosi alla casa editrice per la prima volta, ci chiedono il significato della parola “matisklo” e il motivo di questo nostro “strano” nome. Accade sul Web, ma accade anche in occasione di eventi e presentazioni, in quella gigantesca proiezione 3D che ci ostiniamo a chiamare mondo reale. Contenti di questa curiosità diffusa, non ci lasciamo mai sfuggire l’opportunità di raccontare il nostro nome, perché “matisklo” ha una storia importante e soprattutto perché su questa storia si fonda la ragion d’essere della casa editrice.
Il vocabolo “matisklo” non significa concretamente nulla. Non è un acronimo né un termine mutuato da una qualche lingua slava. Se lo cercate con Google però, accantonati – solo per questa volta! – i riferimenti che vi portano a noi , vi capiterà d’imbattervi in una delle pagine più commoventi della letteratura italiana ed europea, tolta da La tregua di Primo Levi, libro che vi invitiamo a leggere per intero. Un sunto – non molto diverso da quello che trovate sul nostro sito, alla sezione “chi siamo” – potrebbe essere quello che segue.

Nel febbraio del 1945, nel campo grande di Auschwitz, i sovietici allestiscono alla meglio un ospedale, per fornire le prime cure ai prigionieri del lager liberato. Una manciata di superstiti si ritrova a dividere una baracca e, fra loro, anche il nostro Primo Levi. Su di una delle brande dorme il piccolo Hurbinek: «era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giú, aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena».
Una settimana più tardi, nella notte tutti tendono l’orecchio, perché «dall’angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata. O meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome». Quale parola? Una parola misteriosa, «qualcosa come “mass-klo”, “matisklo”». Per giorni gli uomini s’interrogano attorno al suo significato, ma «la parola di Hurbinek rimase segreta».
«Hurbinek», conclude Levi, «morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole».

La copertina de "La tregua" nell'edizione di Eunaudi del 1965
La copertina de “La tregua” nell’edizione di Einaudi del 1965

La chiave di lettura della vicenda, offertaci dallo stesso autore, è alla base della scelta del nostro nome. La rivelazione non va cercata tanto nel significato di “matisklo”, quanto nel fatto che Hurbinek, nel cui sguardo «il bisogno della parola premeva […] con urgenza esplosiva», abbia finalmente parlato. Ecco perché la nostra casa editrice si chiama Matisklo. Oltre all’omaggio ad uno scrittore straordinario e al voler tenere vive la testimonianza e la memoria di Hurbinek, crediamo che la parola sia, per ognuno di noi, come per Hurbinek, lo strumento per «conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito». Crediamo che “matisklo” sia il Verbo senza il quale nessun libro sarebbe mai stato scritto.

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