Eleonora Rimolo recensisce “Dente di cane” di Ciro Vittorio Formisano

Continuiamo a pubblicare recensioni di autori di libri che recensiscono libri di altri autori. A prima vista potrebbe sembrare un banale bisticcio di parole, ma è un’ottima occasione per approfondire la conoscenza di entrambi, anche perché c’è poco da fidarsi di uno scrittore che non legge. L’avevamo già fatto con Anna Rossetto che parla di “Amori amari” di Lucia Piombo, con Francesco Vico riguardo a “Me l’ha detto Frank Zappa” di Zibba, oggi tocca a Eleonora Rimolo il compito di parlare di “Dente di cane” di Ciro Vittorio Formisano.


dentedicaneLa felicità non è parte integrante del mondo che vive Ciro Vittorio Formisano, eppure pare essere uno dei tanti diritti “di quelli… nati storti”, dove per stortura s’intende un’ incrinatura dell’anima, una frattura insanabile dell’Io dalla quale si scorge la vita vera, ma solamente in una bieca anteprima.

La condanna della fessura oltre la quale è custodito il senso sconosciuto delle cose tormenta il poeta a tal punto da renderlo flâneur in una città senza strade e senza volti, a tal punto da renderlo ubriaco, pazzo d’ amore, autore di transfert insoliti ed improponibili. Restano allibiti i passanti, i personaggi fantoccio di questo universo umiliato ed umiliante dove “la felicità è libera di impiccarsi”, se per ottenerla bisogna sporcarsi coi compromessi e sottostare alla logica dell’utile che rende sovrano della società il dio denaro e le sue compravendite disoneste, tanto “finché c’è sangue / c’è denaro”. Anche se probabilmente sarebbe molto più piacevole disperderlo altrove, il proprio sangue, mescolarlo alle lacrime, allo sperma e alla saliva, e veicolarlo in luoghi nascosti, in angoli bui, in uteri abbandonati e lasciarlo maturare lì, come un seme in un campo fuori stagione.

Sono le tenebre a renderci umani, la luce non fa che infastidire il poeta, disgustandolo e mettendolo di fronte all’impasto indistinto della carne e delle voglie: alla fine, dopo aver lottato a lungo contro le brutture del reale, egli non può che soccombere, lasciandosi andare ai terrori più atroci e ingestibili, alle paure più irrazionali sebbene reali, fino a raggiungere il punto di non ritorno dell’orrore: “Ora che le crisi di panico / non si contano più, sembriamo / annegati vivi”. Sul fondo dell’oceano esistenziale sta sedimentato tutto il nostro senno perduto; tuttavia non faremo in tempo a recuperarlo, poiché non ci sarà abbastanza ossigeno per considerarci ancora vivi, anche se potremo ancora, forse, un giorno, risalire in superficie, dove però non sembrano esserci mete, non sembrano esserci obiettivi, dal momento che nella raccolta “Dente di Cane” tutto è ogni cosa ed anche nessuna cosa, tutto è denuncia e tutto è rassegnazione, tutto è lotta (vana?) e tutto è resa (“Stare lì a fottermene del mondo, / a farmi trasportare lontano / dal mondo.”).

Ogni cosa diviene metafora di un’ altra, il mondo è trasfigurato in se stesso, si guarda lo specchio e si vede identico e dissimile da tutto, riflessi di ombre mettono a nudo lo squallore delle umane condizioni, il potere distruttivo del potere stesso viene espresso attraverso la descrizione grottesca degli stermini delle guerre e la narrazione lirica dei silenzi invincibili durante le notti di solitudine, dove i versi di Ciro Vittorio Formisano si fermano a cantare l’odio e l’amore per la vita, serva e traditrice come la donna, da venerare e dominare, da benedire e maledire: “amo la vita, / prego la vita, / impreco la vita / cento, mille volte / al giorno.

In una cadenza incalzante e quasi ansiogena, questi versi lamentano tutta l’ impossibilità di carpere diem, la quale viene alla luce in modo inequivocabile ed incontrovertibile: pensare al passato, al presente o al futuro, in questo universo dominato dal caos e dal caso, non ha alcuna importanza: a recidere lo stelo del fiore che siamo verrà presto la morte e, in questo modo, il futuro ci “fotte / e non arriva mai.

Come renderci incisivi, dunque, come farci invasivi? Come lasciare una traccia profonda ed evidente di questo nostro sfuggente passare? La chiave è oscena, è dionisiaca: soltanto sul margine più estremo grideremo aiuto, sentiremo stringerci in petto; niente ci sarà indifferente se vivremo sporco, se ameremo sporco, se moriremo sporco. L’ esperienza dell’eccesso ci salverà da sola, e il momento più beatamente eccessivo e più pudicamente osceno del vivere è quello dell’orgasmo, sintesi perfetta dell’esplodere di tutte le ansie e di tutti gli angosciosi mortali piaceri, attimo di estasi divina, di annullamento della condizione mortale e, dunque, metafora della poesia eternatrice, che l’ autore loda e celebra magistralmente in quattro espliciti versi: “La vera poesia, quando la leggi, / è come un orgasmo, è come / quando una donna, la tua donna, / ti dice: vienimi dentro.

Eleonora Rimolo


Ciro Vittorio Formisano

Ciro Vittorio Formisano nasce a Torre del Greco (NA) nel 1972 e vive a Massa. Ha pubblicato: Fiordi della mente (Libroitaliano, 2001), Profili e ombre (Montedit, 2001), La vela che sbuffa (Edizioni Clandestine, 2002), Insulti e baci (Edizioni Clandestine, 2003), Lontanissimo (Edizioni Clandestine, 2004), ®esisto (Memoranda, 2010), Dente di cane (Matisklo Edizioni, 2013). Ha ideato L’Oltrecielo, “il festival di poesia più piccolo al mondo” che, in sei edizioni, ha visto ospiti Franco Loi e Paolo Bertolani.
Artista e performer, oltre che poeta, collabora assiduamente con la Gestalt Gallery di Pietrasanta, la galleria Dream Factory di Milano, la Provincia di Massa Carrara e la Regione Toscana nella realizzazione di mostre e progetti legati all’arte contemporanea. È fondatore del Gruppo LeFalene.

Eleonora Rimolo

Eleonora Rimolo è nata a Salerno nel 1991 e vive a Nocera Inferiore. Laureata in Lettere Classiche, scrive poesie per un giornale locale. Ha pubblicato il romanzo Amare le parole (Lite Editions, Milano 2013). Esordisce nella poesia con la silloge “Dell’assenza e della presenza” (Matisklo Edizioni, 2013).

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