Eleonora Rimolo sulla poesia di Carlo Molinaro

Una lettura critica di “Le cose stesse

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Eleonora Rimolo

La poesia di Carlo Molinaro si muove in maniera sorprendentemente (dis)incantata attraverso le esperienze amorose di una vita; queste sono paradigmi di un’esistenza che si fa molteplice, in quanto le “cose stesse” – pezzi di un sé apparente – sono disseminate lungo i versi e nei corpi delle donne descritte come reali e sfuggenti, perfettamente intercambiabili, portatrici di senso e veicoli di verità. Le figure femminili oscillano tra una presenza quasi materna e una consistenza solidamente ed inequivocabilmente erotica; i due aspetti si fondono, e il «bambino-amante», in un distico capriccioso, comunica tutta la potenza contraddittoria del suo messaggio: «ho un disperato bisogno / di (dis)attenzione», perché, nonostante la consapevolezza dell’impossibilità di concepire un tempo senza eros, è sempre latente l’idea di un dilettuoso tormento atto ad accendere il gioco dei ruoli all’interno dei sentimenti, gioco che al bambino piace finché ama e viene amato in equilibrio. Quando invece l’armonia si spezza tutto stona, il pianto del fanciullo sommerge il desiderio e l’utero torna vuoto e solitario, in quanto l’amore «è una chimica fragile […] troppo ci brucia in un lampo / troppo poco ci assidera.»

Da questa ancestrale ossessione verso l’universo femminile nasce l’indifferenza del poeta verso i luoghi e verso gli oggetti che popolano la sua quotidianità; questi infatti si riducono ad essere una cornice dei suoi moti interiori e della sua sete insaziabile di ricongiungersi all’origine: «non mi sembra strano / che siano più importanti / le donne di cui ho sentito l’odore / che le città di cui conosco l’aria.»

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Carlo Molinaro

Senza troppi misteri è invece svelata immediatamente l’ambiguità della condizione umana, quasi a voler giustificare la personale fame di quiete, insaziabile, che come un tarlo monda le migliori speranze e le più giovanili energie dell’uomo, infinitesimo e abbagliato dalla luce del mattino, inquietato dal silenzio del cielo terso: «T’accorgi che c’è un sole che t’abbaglia: / conosci il triste della meraviglia». È la relatività del vivere, la continua ma quasi obbligata scelta del giorno dopo giorno, il piacere e il dolore di rivedere il sole, mentre già si anela alla notte e si macinano le ore diurne per accumulare stanchezza e disperate preghiere («sono stanco / in questa pioggia lenta / voglio dormirti accanto / e che nessuno senta») che la donna dovrà ascoltare e accogliere, nel suo ruolo imperituro di genitrice da cui farsi coccolare e di amante da castigare, in modo tale da compiacere il poeta e da renderlo protagonista ed eroe di alterne vicende, in quanto dagli opposti dovrà pur nascere una sintesi unica. Ed è proprio a quella fusione perfetta di sensi in contrasto a cui il ritmo incalzante delle rime e delle allitterazioni mira, dal momento che «è tutto chiuso, è tutto aperto» e il terzo varco è nascosto, appannaggio di chi riesce a fissarsi in volto e a parlare a se stesso con limpida franchezza.

Lo scontro tra ideale e reale non è mai stato così crudo e definitivo come in questi versi, che Carlo Molinaro organizza in modo tale da non lasciare spazio ad alcun dubbio sulla possibile esistenza di qualcosa che vada al di là di un contingente tutt’altro che squallido e privo di sostanza, poiché a riempirlo d’essenza ci pensano i poeti, abili a svuotare le proprie anime vomitandole nel mondo. L’eleganza dello spirito, dopotutto, non subisce variazioni col passare dell’età: anche le voglie sono le stesse, trasfigurate dall’adolescenza alla maturità ma sempre saldamente ancorate al cuore dell’uomo, trionfatore sul tempo coi suoi sogni sacri e profani, e tuttavia destinato alla sconfitta di fronte al progressivo venir meno di forze e fantasie. La marea risucchia e porta via lampi di vanità di una gioventù goduta e spenta, e l’incontro con la donna da necessario diviene fondamentale, eppure relativo, perché si è nudi e senza maschere, e i percorsi labirintici per celarsi e farsi un altro sono scomparsi da tempo, per lasciare spazio ad una serena accettazione di se stessi in se stessi: «Le vie del mondo sono attorcigliate: / pensa che a quindici anni / mettevo la cravatta / senza che mi obbligassero, così / per darmi un tono: / oggi – non dovrei dirtelo – ho addosso / la maglietta di ieri / (l’ho tenuta dormendo stanotte): / mi sento molto bene.»

Questa sicurezza cede di fronte alla possibilità e all’incertezza del disamoramento: dagli abissi torbidi della coscienza dell’uomo, sicuro e consapevole della sua insignificante condizione, torna, in un incessante gioco dialettico, l’infante privo di certezze, privo di coscienza del sé, e tale regressione è tipica del soggetto amoroso, a tal punto che il poeta non sa «se sia cosa buona o cattiva / quest’ansia che mi prende quando sei lontana / e tardano al telefono tue notizie / nessun messaggio / e penso alternatamente / che ti può essere successo qualcosa / o che hai smesso di amarmi.» Questo stato di precarietà interiore è purtroppo inevitabile tanto quanto la bramosia erotica che anima i corpi dal primo all’ultimo nostro respiro. L’attesa, dopotutto, è, secondo Barthes, elemento identitario dell’ innamorato («La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta»), filo rosso che lo tiene legato in un rapporto di poteri e dipendenze commutative ma onnipresenti: in questo modo le timide velleità di chi ama e si dichiara autonomo e intangibile dalle azioni dell’altro crollano definitivamente, e i ruoli tornano a definirsi, a orientarsi verso il loro naturale corso, e il poeta deride se stesso e riparte, nuovamente, come fosse la prima volta ogni volta, alla ricerca di una cosa soltanto, che è una madre, che è un’amante, che è la sua genesi, che è una sintesi, che è se stesso.

 Eleonora Rimolo

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La copertina di Claudia Cabrini

Tornano in Le cose stesse i temi dell’amore e della bellezza che hanno fatto di Carlo Molinaro uno dei poeti più amati della scena italiana. Una poesia intesa «ad accantonare opinioni e sistemi concettuali correnti per lasciare spazio al nudo impatto con le cose, con i fatti», così la definisce Franco Trinchero nella sua Nota a margine. Da sempre però Molinaro si non si limita a discostarsi semplicemente dal «comune (e comunitario) modo di sentire, di agire, di reagire». I suoi versi che «scattano a ogni accenno di bellezza che si presenti nella Natura […] così come nella popolazione umana (principalmente femminile)» registrano, sempre citando Trinchero, «un’orgogliosa affermazione d’indipendenza, la propria diversità di “movimento” nel mondo». A due anni da Rinfusi (Genesi Editrice, Torino, 2011), la nuova raccolta di Molinaro insegue la bellezza, la crea e l’assapora, in un susseguirsi di situazioni nelle quali Le cose stesse divengono occasioni per celebrare un amore senza confini, gerarchie, date di scadenza. Un amore assoluto e non negoziabile. La copertina di Le cose stesse è stata realizzata da Claudia Cabrini su progetto fotografico dell’autore.

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Carlo Molinaro

Carlo Molinaro nasce a Vercelli nel 1953. Verso i vent’anni si trasferisce a Torino per motivi di studio e a Torino rimane a vivere e lavorare. Verso i trent’anni comincia a pubblicare libri di poesia: ne escono una quindicina fra il 1981 e il 2011. Citiamo i quattro più recenti: Entro incerti limiti (Edizioni Joker, Novi Ligure 2002), La parola rinvenuta (Genesi Editrice, Torino 2006), Una città (Manifattura Torino Poesia, Torino 2010) e Rinfusi (Genesi Editrice, Torino 2011). Scrive anche un romanzo, Io sto come mi pare (Delos Books, Milano 2008); e si dedica con una certa passione a produzioni di immagini fotografiche e video. Le cose stesse (Matisklo Edizioni, Mallare 2013) è il suo primo e-book e contiene poesie scritte fra il 2011 e il 2013.

La copertina di Raffaele Sorrentino
La copertina di Raffaele Sorrentino

Eleonora Rimolo è nata a Salerno nel 1991 e vive a Nocera Inferiore. Laureata in Lettere Classiche, scrive poesie per un giornale locale. Ha pubblicato il romanzo Amare le parole (Lite Editions, Milano 2013) ed esordito in poesia con Dell’assenza e della presenza (Matisklo Edizioni, Mallare 2013), silloge sotto molti aspetti sorprendente. Un’autrice che «maneggia con destrezza la parola perché non ne ha timore, e lascia che gli echi di studi recenti s’infiltrino nella sua scrittura tenendoli a bada e riciclandoli in esperimenti audaci e personali», così la definisce Clara Vajthó nella sua introduzione. Un percorso invitante attraverso un immaginario poetico che colpisce per maturità stilistica e impatto emotivo. Un libro che incanta e che segna il debutto di una delle voci più interessanti della nuova poesia italiana.

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