Vera Bonaccini su “Il verso dei Lupi”

cover

Roberto Keller Veirana, Carlo di Francescantonio

IL VERSO DEI LUPI

Che cosa vuoi raccogliere ancora da me? Non ti basta quello che ti ho dato?”
Una carezza, molta polvere e una miseria di ansie.”


verabonacciniQuesto è un libro spietato.

Non ci sono giustificazioni, non c’è salvezza nelle poesie che lo compongono; gli autori rigettano totalmente il buonismo ipocrita che permea la nostra società, rifiutando con forza il concetto salvifico del dolore come mezzo di elevazione spirituale, tanto caro alla morale cattolica.

Il dolore non rende migliori, non nobilita, non salva. Il dolore, semplicemente e naturalmente, è.

Non c’è autoreferenzialità nel dichiararsi non conformi a quello che viene quotidianamente spacciato come un sentire comune.

Non si tenta in alcun modo di piacere, nemmeno indossando le vesti, già viste troppe volte, degli artisti maledetti. L’assoluto rigetto verso un certo tipo di “cultura”, verso uno stile di vita banalizzato e massificato, non vuole essere un manifesto. È, invece, una semplice e onesta presa di coscienza, un distacco fisiologico e necessario, in quanto tale.

Non si tenta in alcun modo di piacere e quindi si finisce per piacere, e tanto.

Carver sosteneva l’assoluta necessità di essere onesti nella scrittura, e gli autori di questo libro sono terribilmente onesti, sia che si tratti di parlare di se stessi, sia che si tratti di parlare della vita.

Perché questo libro parla della vita, la vita vera e sporca che ci troviamo ad ingoiare ogni giorno.

La vita in cui l’amore non salva ma ci trasforma in puttane codarde, in cui i nonni (e l’infanzia) muoiono attorniati dall’indifferenza in una “sanità da discarica” ammantata di ipocrisia.

Una vita in cui il nichilismo diventa il “grado zero” da cui ripartire, perché la lucida consapevolezza è l’unica strada percorribile per la libertà, sapendo bene che anche domani verrà la pioggia ad inzupparci destini e scarpe “perché Dio non vuole figli asciutti.”

e sarebbe bello poter

rientrare in una cabina,

ascoltare il rumore dei gettoni

che cadono nella pancia del telefono

era un suono familiare,

metallo che mangia metallo,

familiare, per questo poco considerato

e non potrai mai immaginare

quanto mi manchi quel suono

e la solitudine che arrivava a conversazione finita

ho cambiato così tante macchine che

non ricordo il profumo di nessuna

l’aria che c’era negli abitacoli,

le cose attaccate agli specchietti retrovisori,

la compagnia che facevano durante i viaggi che

sembravano importanti

magari pensi sia stupido lasciarsi ai ricordi,

ai sé

mio padre ha sempre detto che sé è il paese dei

coglioni

ma è così bello esserlo, quindi lo dico, lo urlo,

perché non esiste altro tipo di letteratura

e poi ci sono tutte le immagini che creo,

violente,

lucide,

stabili,

ed è questa la mancanza di un orizzonte perfetto

immagini nuove

di me, te, una bambina,

violente,

armoniose,

piene di grazia

quello che avrei sempre voluto come famiglia

non la semplice estensione di non essere soli,

di non restare soli,

quando i denti cominciano a cadere

e gli occhi vedono colori più sbiaditi

ovvero, la vecchiaia

che al momento non ci riguarda ma sempre osserva

e allora,

restiamo vicini,

facciamoci piccoli,

attaccati l’uno all’altra,

magari nascosti da eventi che possano distrarre

nei momenti delicati della nostra pace

[Carlo di Francescantonio]

Sul bordo del tempo, al di là delle nuvole.
Mi ritrovo ad aspettarti ancora una volta.

Eternaritornante.

In questo nostro non esserci splendente.
In queste attese inesauribili, in questo Tempo che

non consuma,

ma che consumiamo e che mi sembra essere

sempre ecceduto.

Laggiù, dove il mondo rotola regolare e oppressivo.
Laggiù, dove il quotidiano devastante e devastato

attende solo passi falsi.

Laggiù. Dove tutto questo non ha un senso (per fortuna).

Laggiù. Non ci siamo.

Prima e dopo non hanno un senso, su quel bordo di nuvola.

In quell’al di là del Tempo che pieghiamo. Senza sforzo.

E gli occhi tuoi ridono e s’illuminano.

E pur’io m’illumino. E rido.

E tutto è.

È tutto così perfettamente assurdo. Assurdamente perfetto.

Naturale.

Davvero mi chiedo dove sono capitato.

Quando sono capitato.

Come sono capitato.

In te.

[Roberto Keller Veirana]

Sì, questo è un libro spietato.

Questo, è un libro bellissimo.

Vera Bonaccini


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