Continuare ad imparare, anche a costo di sbagliare

su “Le cose stesse” di Carlo Molinaro


lecosestesseCarlo Molinaro
LE COSE STESSE

ISBN 978-88-98572-10-6
3,99 euro

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La gente, quella di cui parlano i sondaggi, quella che puoi classificare per fasce (d’età, di reddito, d’istruzione), è composta da persone che ad un certo punto hanno deciso, quanto deliberatamente non so, di smettere di imparare.
Forse perché hanno trovato “la loro strada”, forse per stanchezza, forse per noia, ad un certo punto molte persone decidono che non hanno più bisogno di imparare altro, che si vanno bene così (o che non si vanno bene, ma va bene uguale).
Così smettono, semplicemente, di imparare. Di cambiare. Smettono di essere persone, e diventano gente: quella che puoi classificare per fasce d’età, di reddito, d’istruzione. La gente di cui parlano i sondaggi. Uguale a se stessi, tutti i giorni, e fanno le cose della vita in una certa maniera perché hanno imparato a farle in quella certa maniera, e vivono in una certa maniera perché hanno imparato a vivere in quella certa maniera, e vedono il mondo in una certa maniera etc. etc.
A me, la gente fa paura. Non perché sia in qualche modo minacciosa, nel senso che potrebbero aggredirmi o picchiarmi o farmi del male in qualche maniera (e forse potrebbero), quanto perché mi fa paura questa assenza di cambiamento, di evoluzione, questo restare uguali a se stessi.
Per fortuna ci sono anche le persone, quelle che non smettono mai di imparare, di porsi dubbi, di porsi in maniera ogni giorno nuova nei confronti di quello che li circonda. Uno di questi è Carlo Molinaro, la dimostrazione di quello che dico sta ne “Le cose stesse“.

Carlo Molinaro al "Concertino dal Balconcino", Torino 2014
Carlo Molinaro al “Concertino dal Balconcino”, Torino 2014

Il punto di forza della poesia di Carlo, al di là dei meriti “tecnici” (che ci sono, e sono ancora maggiori essendo ben nascosti sotto ad un’apparente colloquialità, giusto il risultato di una serie di cambiamenti avvenuti negli anni) è forse proprio questo continuo mettere in discussione tutto quanto: se stesso, gli altri, le proprie percezioni, le proprie paure. Il suo non è un percorso di maturazione (maturano i pomodori, non le persone) quanto un continuo imparare, un mantenersi curioso di fronte a ciò che lo circonda, come un bambino che gioca e giocando impara (“Ecco mi sono accorto a un tratto / che gioco: / gioco con l’avere quasi sessant’anni / come giocavo / con un trenino o con il gatto”, Gioco).
In questa luce si spiega la passione, quasi una vera e propria ossessione, per l’osservazione delle vite degli altri, di uomini e donne presi in attimi di vita quotidiana (in treno, al bar, in spiaggia): questi minimi quadretti, quasi fotografie, questi spezzoni di film slegati e apparentemente casuali sono un continuo spunto per riflettere sul mondo, su se stesso e sugli altri e sui rapporti che tengono assieme tutto quanto, sono il libro di testo sul quale Carlo trova in continuazione qualcosa di nuovo da imparare, qualcosa che va a collocarsi nella sua personale visione della vita (non avere un’idea “immutabile” della vita non significa non averne una) integrandosi con il ricordo, in un continuo cambiamento di prospettive (“Arcobaleni o amori o vite o altro / mai decidere a priori / le qualità che fanno che qualcosa sia qualcosa”, L’arcobaleno bianco).
Certo è che vivere in questa maniera, sempre pronti a mettersi in discussione, a cambiare, anche a sbagliare (“leggo dappertutto che gli errori / e l’instabilità permanente / acquistano valore / sono processi euristici / nella contemporaneità / dovrei forse rallegrarmene / ho preceduto la contemporaneità / non ho mai avuto stabilità / ho sempre sbagliato tutto”, Filosofia contemporanea) non è semplice, richiede un continuo dispendio di energie. Ma chi può dire che, all’opposto, lo sforzo di smettere di imparare, di trovare una posizione il più possibile immutabile, sia invece meno faticoso? Di sicuro, tra le due strade, preferisco quella di Carlo. Anche perché, comunque, sarebbe un gran peccato un giorno accorgersi, dopo anni passati  nella voglia di restare uguali a se stessi, che la vita è una Siringa monouso

Se la vecchiaia fosse
come l’autunno dell’albero
che secca e ingiallisce
e perde le foglie
ma dopo un breve inverno
gli ritorna la voglia
e di nuovo germoglia
verde tenero in gemme
– ma la vecchiaia non è autunno,
è autunno degli autunni.

Se la vita fosse in bilico
sì ma come il ragazzo in palestra
che se cade dall’asse
torna su e ricomincia
– ma la vita non è in bilico,
la vita è un precipizio.

Se il tempo che buttiamo
a litigare e discutere
si potesse riavvolgere
e convertire in baci
– ma la bobina gira
e indietro non ritorna.

Se il no di una ragazza
avesse cento primavere
per trasformarsi in sì
e non finire così
– ma la primavera è una sola,
in un attimo è andata.

La vita è questa cosa,
è una siringa monouso
dove ciò che va storto
resta storto in eterno
– ciò che è stato sprecato
non sarà mai vissuto.
E perciò amori miei
tu parlami di meno
e baciami di più
e tu un giorno di questi
deciditi a parlarmi
– però fate presto
fate presto che e tardi.

Francesco Vico


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Un pensiero su “Continuare ad imparare, anche a costo di sbagliare

  1. Bell’analisi, grazie. Cogli molte cose. Anche se certo poi pure io ho le mie rigidità e le mie ossessioni, vedi l’inizio della penultima strofa, «se il no di una ragazza / avesse cento primavere / per trasformarsi in sì», tendente allo stalking: sul rifiuto, non sono molto bravo a rimodellare l’universo per inserircelo.

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