Dalla storia al racconto: strani intrecci familiari

“Il giardino di Kabul” e l’AMERICA in agrodolce di Paolo Valentini

americainagrodolce
Paolo Valentini, “AMERICA in agrodolce”, copertina di Sara Bergomi

In spagnolo si dice “arbusto”, ma in inglese si traduce “bush”. Ed è proprio formando la compagnia petrolifera “Arbusto Energy” che il giovane George W. Bush fa il suo debutto nel mondo degli affari. È il 1978. Nella “Arbusto Energy” investono due fedelissimi della corona di Riyad: lo sceicco Salem bin Laden, fratellastro di quell’Osama bin Laden che sarebbe diventato più tardi il principe nero del terrorismo islamico, e Khaled bin Mahfuz, uno degli alleati chiave di Osama.
Ma quella fra i Bush e i bin Laden è una saga che, in realtà, comincia a prendere forma molto prima. In Texas, lo sceicco Muhammad bin Laden, il patriarca, inizia a fare affari fin dai ’60 e, nel 1968, muore in un misterioso incidente aereo. Il testimone passa al figlio Salem che, sempre in Texas, nel 1973, costituisce la compagnia aerea “Bin Laden Aviation” ed entra nei circoli che contano, fra alta finanza e politica locale. L’obiettivo è stringere i legami necessari per arrivare ad influenzare la politica statunitense a favore degli interessi sauditi. La chiave d’accesso è George Bush.
Così, fin dai primi anni ’70, le storie e gli interessi delle due famiglie s’intrecciano non solo negli affari comuni in campo petrolifero e finanziario, ma soprattutto nelle vicende che scandiscono la politica americana e internazionale.
Nel 1988 muore Salem bin Laden, precipitando in aereo in circostanze misteriose. Ma le strade fra i Bush e le famiglie saudite non si fermano, attraversando buona parte degli anni ’90, per poi scomparire. In Afghanistan, la guerra anti-sovietica è finita da un pezzo. La pecora nera della famiglia bin Laden, Osama, è ormai la mente occulta del terrorismo internazionale. E George W. Bush è alla Casa Bianca.

Il giardino di Kabul

di Paolo Valentini

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Paolo Valentini visto da Sara Bergomi. Illustrazione tratta da “AMERICA in agrodolce”.

Non è che fosse bello solo perché fuori c’erano rovine e morti.
Non è che fosse lussureggiante perché intorno volavano bombe che scavavano e cuocevano la terra e con essa membra umane.
Non è che in quel giardino si respirasse un’aria salubre perché, oltre quel basso recinto, ovunque, anche a migliaia di chilometri da lì, c’era solo puzzo di cadaveri e cani che si aggiravano tra macerie fumanti.
Era, a dirla tutta, un giardino meraviglioso, punto e basta.
Quando altrove, d’estate, il sole finiva di cuocere gli ultimi e sporadici ramoscelli che mai avevano visto goccia d’acqua, in quella minuscola oasi, e solo lì, crescevano le più belle rose del mondo, nell’aria si respirava il profumo dei gelsomini ed un meraviglioso prato di lavanda accompagnava il visitatore all’entrata di una porta sempre aperta e le finestre erano ornate di gerani dai colori più smaglianti.
Ortaggi, frutti e fiori sprigionavano un ventaglio di colori indefiniti, i rossi vermigli ed il bianco olandese punteggiavano una selva di verdi smeraldo e ciuffi di blu cielo e giallo bruno.
L’autunno portò bombe e morte, ma lì dentro le piante più belle che mai uomo avesse visto compivano con assoluta regolarità il loro ciclo naturale, e così molte foglie ingiallivano, altre assumevano tutte le tonalità del rosso ed altre ancora, la maggior parte, rimanevano semplicemente verdi, attaccate alla vita fino all’ultimo. Nel giardino si respirava una vita senza tempo, ove tutto nasceva, cresceva e si riproduceva.
Poteva sembrare assurdo tutto ciò, visto che lì, in Afghanistan, a Kabul, era più facile morire che vivere.
Dire addio alla vita, per le ragioni più idiote, era stata la regola in tempi di pace – semmai di pace si fosse mai trattato – ed ora, in tempi di guerra, la morte aveva assunto la fisionomia d’una liberazione benefica.
Perché vivere per non veder un figlio crescere?
Perché vivere per passare lo sguardo tra le rughe di una donna che rimpiange il giorno in cui ha messo al mondo un figlio?
Questa era la regola e non l’eccezione.
Un giardino fiorito in una distesa di morte. Chi mai poteva essere l’artefice di quel paradiso? Forse un profeta o un santo. Magari un uomo di immense ricchezze, ma allora avrebbe scelto un’altra casa, considerato che quella che sorgeva al centro di quello spazio multicolore di fiori profu­matissimi era semplicemente normale.
E se fosse stato ricco ci avrebbe avuto una piscina e una servitù infinita, uno stuolo di giardinieri competenti e tanto, tanto altro, ma non era così.
Lui era semplicemente un tranquillo signore sulla quarantina, solo all’apparenza un po’ più vecchio a causa di una lunga barba che incorniciava un volto dall’inquietante dolcezza, un viso – così gli era stato suggerito – che lo rendeva interessante o forse ambiguo.
Lui però, incurante di tutto ciò, non faceva altro che vivere in armonia con il mondo che lo circondava.
Cosa c’entra la tranquillità, l’armonia?
La tranquillità è tutto, quando si vuole avere un giardino fiorito.
Se si vive distesi ed in pace con il prossimo, ci si può alzare ben riposati di primo mattino e poi, dopo una sana colazione, mettersi al lavoro. Bisogna potare, e mentre si pota bisogna parlare con le piante, bisogna anche saperle ascoltare, e magari si lamentano per l’eccessiva acqua, ma anche questo è amore e l’amore va dosato. E se si vive tranquilli, come faceva lui, tutto riesce meglio.
Ma come si fa a vivere tranquilli in un posto, nel pieno centro di Kabul, dove tutto è morte e desolazione?
Amore.
Amore, questa è la parola chiave per capire come un uomo potesse sviluppare quell’immensa dote floristica.
Era amato dai vivi e dai morti, era amato per una ragione e per il suo opposto, era amato perché odiato, ma questa non è certo una contraddizione.
Amare e odiare sono gli estremi di uno stesso principio di attaccamento ad una persona e lui, di certo, di odio ne aveva suscitato tanto.
Sarà però il caso di dire che lì, in quel giardino, in quella casa, c’era anche un via vai di persone incredibile. Genti da tutto il mondo facevano la fila per incontrarlo, perché ogni sua parola si trasformava in denaro contante e nessuno mai si sarebbe azzardato a toccarlo. Tutti gli volevano un gran bene.
Ogni sua intervista assumeva i connotati d’una celestiale pioggia d’oro per il giornale o per la rete televisiva, baciati tutti da così immensa fortuna. Arabi d’ogni estrazione sociale e provenienti dai posti più disparati bramavano per sentirlo, ma anche europei e americani non potevano fare a meno di ascoltare le sue parole ed ammirare le sue gesta.
A molti dei suoi visitatori era poi solito donare una rosa, recisa al momento, e dal lungo gambo. Una rosa, come nell’antica Roma, simbolo della segretezza, tacito accordo a conclusione d’una conversazione che doveva restare riservata.
A dirla tutta, gli americani, ma in una qualche misura anche gli europei, amavano intervistarlo anche per altre ragioni.
Quali? Semplicemente per il motivo principe, per la ragione sovrana in un mondo, quello occidentale ammalato di consumi: lo spettacolo.
Ogni sua parola era una trasmissione televisiva di almeno tre ore ed ogni suo gesto riempiva pagine e pagine di giornali.
Era, senza far nulla per cercarlo, l’incarnazione dell’uomo spettacolo e come tale difeso e corteggiato.
Eppure le sue parole, da sempre, avevano avuto un seguito tragico, ma questi erano dettagli di poco conto.
Se si era trattato di far precipitare un aereo con due o trecento passeggeri a bordo non bastava che dirlo e lui l’aveva detto più e più volte.
Ma il disastro di un aereo, con il suo carico di vite, cosa volete che sia in rapporto alle ore ed ore di televisione vendute a miliardi di persone in giro per il globo.
Tempi addietro un’ambasciata, quella americana, completamente rasa al suolo da un attacco terroristico, aveva tenuto incollati alle televisioni milioni di americani per più di una settimana, e lui, proprio in quei giorni ed in quel magico giardino, era stato coccolato come il più tenero dei bambolotti.
Gli avevano spedito sementi rare direttamente dalla Casa Bianca ed il Presidente degli Stati Uniti d’America s’era congratulato, non troppo in gran segreto, con lui.
Un’ambasciata si ricostruisce, delle persone muoiono e molte altre, tante di più, rinascono, ma la necessità di creare la notizia era un problema impellente, scottante, di terribile attualità.
Avevano anche mandato in giro la voce che fosse introvabile, così, tanto per alimentare la sua fama, ma è ovvio, lui ci teneva troppo al suo giardino, e mai si sarebbe allontanato dai suoi fiorellini prediletti.
Tutti si erano messi d’accordo per cercarlo o meglio, per far finta di cercarlo, e molti altri si erano presi la briga di difenderlo, ma era tutto un gioco creato ad arte per alimentare la sua leggenda.
Nessuno al mondo lo poteva odiare o meglio, magari qualche centinaia di migliaia di persone lo avrebbe appeso all’albero più alto, ma si trattava di gente di poco conto, parenti di vittime di chissà quale strage, non certo chi, da anni ed anni, faceva affari con lui, ed erano in tanti, una moltitudine di dimensioni planetarie.
Ma nel mondo, purtroppo, cominciavano a scarseggiare guerre, luoghi in cui consumare quel che veniva prodotto: armi.
Come coniugare le guerre con il perenne, assillante bisogno di spettacolo dell’uomo telenutrito?
Come al solito ci pensò come da par suo, dal suo piccolo giardino, proprio mentre s’apprestava a concimare delle rose che negli ultimi tempi gli avevano creato una qualche preoccupazione.
Senza darsi fretta finì il suo lavoro più importante, pulì per bene un’aiuola, raccolse tutte le foglie in un grande cesto, sussurrò due paroline dolci alla sua rosa prediletta ed entrò in casa per fare una telefonata.
Il giorno dopo a New York scomparvero per sempre le Twin Towers, prese di mira da due aerei kamikaze. La cosa andò meno bene con altri due aerei, che non fecero, purtroppo, abbastanza scalpore.
Le immagini di quelle tragedie volarono, per settimane e settimane, sui teleschermi di ogni casa presente sulla faccia della terra ed i giornali annullarono ogni altro evento per far posto a questo immane disastro.
Si raggiunse la perfezione quando fu inventata una guerra ad un paese, l’Afghanistan, colpevole d’averlo ospitato, ma la telefonata che gli arrivò qualche giorno dopo il disastro fu quantomai rassicurante:
«Non ti preoccupare, pensa al tuo giardino e stai tranquillo, se ne sta occupando un regista coi fiocchi, mi ha assicurato un polpettone fatto di almeno cinque o sei mesi di notizie sempre fresche.»
È superfluo azzardare il nome di chi fece la telefonata e immaginare quale sia il personaggio che la ricevette, ma è certa una cosa: dopo l’11 Settembre 2001 tutti comprarono molto più felicemente i giornali e chi nel mondo non aveva ancora imparato a leggere e a scrivere apprese questa fondamentale dote in tempi brevissimi.
Grazie a lui e alle idee partorite in quel giardino, tutti, ma proprio tutti, furono un pochino più colti.

__________________

Tratto da:

americainagrodolce

Paolo Valentini
AMERICA in agrodolce
Matisklo Edizioni, 2014
ISBN: 978-88-98572-23-6
Introduzione di Francesco Vico
Copertina e illustrazioni di Sara Bergomi
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