La poesia ironica va di fesa… di tacchino!

Continua la serie di post dedicati alla poesia e ai poeti, in quest’epoca di Social Network e web 2.0, con questo intervento di Roberto Marzano in difesa della poesia ironica, troppo spesso secondo l’autore considerata di livello inferiore rispetto a quella “seria”. Gli interventi precedenti sono quelli di Raffaele Abbate (La psicopatologia dello scrittore webbico) e Enzo Redent Lomanno (Fauna glocale: LoSpacciaLibriStalkerDemoniaco).


Herbert_H_Turkey_Guns - CopiaTalvolta, i poeti ironici e/o divertenti sono relegati – da taluni presunti tali colti sul fatto a storcere il nasino all’accenno di un sorriso o un battimani da parte di un pubblico complice del misfatto – come poeti di serie B. Quasi che l’essere ironici fosse solo una posa di convenienza, e non un semplice aspetto di animi poetici differenti che, anzi, proprio a causa di ciò si complicano non poco la vita. È risaputo e ripetuto da secoli quanto sia molto più difficile far ridere che, invece, far piangere… farlo in versi lo è sicuramente di più. Per cui sarebbe oltremodo giusto dare ulteriore rispetto a chi sceglie i sentieri più impervi! Altro che poesia minore o di serie B.

Poesia e ironia. A prescindere che le due parole incontrandosi in una rima baciata che più baciata non si può, sono di per sé un fatto già abbastanza ironico, al punto che il discorso potrebbe chiudersi qui: punto. Ciò sarebbe di sicuro irriverente, forse poco poetico, ma indubbiamente beffardo, perché ironia è anche sorpresa e lo spiazzamento un ingrediente basilare per condurre l’incauto lettore in meandri imprevisti, quasi metafisici, dove ci si fa allegramente un baffo di stereotipi e luoghi comuni.

E allora, una melanzana trova voce per dichiarare il proprio amore al cuoco che la riduce in cubetti, gli ubriachi sono ascoltati come guru dispensatori di saggezze, le capre decidono di testa loro se stare sopra o sotto la panca, senza paura di crepare e i tacchini formano un’estemporanea sezione fiati d’incommensurabile bravura. Si gioca, si cazzeggia, destreggiandosi disinvolti tra le regole implacabili dettate da non si sa chi… anzi proprio questi dogmi e il gusto perverso di infrangerli rendono il tutto ancora più intrigante. Versi come archibugi carichi a teste di carciofo pungenti e sottili, per dissacrare perbenismi e consuetudini, frantumare le ragnatele di schiavitù a conformismi triti e avvilenti e, non ultimo, bombardare l’arroganza del potere e i suoi orrori quotidiani. Insomma, se nelle poesie devono esserci per forza gabbiani, tramonti, fringuelletti, luna e lacrime, che almeno se ne trovi uno spunto originale e autentico, che non dia l’impressione di aver già letto la cosa da qualche parte, cosa che non ci stupirebbe affatto. E, soprattutto, ironici e taglienti bisogna esserlo per davvero anche nella vita, e non depredare atteggiamenti o pose già prese, altrimenti il gioco si fa debole, e i dotti critici coi denti affilati che affollano blog e riviste letterarie lo smaschererebbero piuttosto facilmente. Fare a pezzi le regole (che bisogna conoscere!) per trasformarle in uno spasso che avvince il poeta quanto il lettore.

Anni addietro visitai lo studio di un pittore il quale, sebbene la sue opere fossero in quel momento alquanto astratte e fuori dagli schemi, ci tenne molto a mostrarmi i suoi studi giovanili di anatomia. Come avesse voluto dire: “Frantumo, contorco, gioco con le forme e la materia ma, all’occorrenza, sono in grado di fare le cose come vanno fatte”. Mi trovo molto d’accordo con il vecchio pittore. E penso addirittura che un rockettaro debba assolutamente saper suonare una beguine o un jazzista rockeggiare allegramente, perché l’Arte presume padronanza dei mezzi espressivi senza preclusione alcuna.

Ora, l’ironia è sì una “freccia aguzza che trafigge le banalità e genera stupore” ma, importante, per non ridurla a semplice sberleffo teso a sbalordire a tutti i costi, aldilà dei contenuti occorre che sia anche “bellezza”, “ritmo” e “suono”. Deve, io credo, – oltre ad attingere liberamente a metafore, ossimori, sinestesie, calembour e paradossi, in endecasillabi come settenari o versi liberi – essere frutto maturo di visioni e fantasie, di un saper abbandonarsi a immagini inconsce e oniriche, accarezzando così i cuoricini palpitanti di affamati fruitori di versi generando bocche spalancate al sorriso, in un sottofondo d’irrequieta dolcezza… altrimenti gli eruditi poetoni di cui all’inizio si troverebbero ad aver ragione… e non ne saremmo per niente contenti!


RobertoMarzanoRoberto Marzano, narratore e poeta “senza cravatta”, chitarrista, cantautore naif e bidello giulivo, ha all’attivo numerose pubblicazioni e un’intensa attività di poeta sui Social Network.

Per Matisklo Edizioni ha pubblicato la raccolta di racconti “L’ultimo tortellino e altre storie” (2013) e la silloge “Dialoghi scaleni” (2014), quest’ultima vincitrice della sezione “silloge di poesia inedita” alla prima edizione del Premio Nazionale di Poesia “La Bormida al Tanaro Sposa“. La sua pubblicazione più recente è il romanzo “Come un pandoro a Ferragosto” (Rogas Edizioni, 2015).

Annunci

Un pensiero su “La poesia ironica va di fesa… di tacchino!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...