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È il 20 agosto del 1885: alle due e mezza del pomeriggio, a Marradi, in provincia di Firenze, nasce Dino Campana.

«Il suo segno zodiacale è il Leone con ascendente in Sagittario» (sono parole del compianto Sebastiano Vassalli, autore de La notte della Cometa. Il romanzo di Dino Campana, Torino, Einaudi, 1984). «L’oroscopo che lo riguarda parla di coscienza del proprio valore, di fortissima aspirazione a eccellere, di volontà di dominio che si esprime in forme non violente, di scarsa o quanto meno limitata considerazione degli altri, di passioni intense ma effimere».

Autore unius libri, Campana pubblica i Canti Orfici nell’estate del 1914 presso il tipografo Ravagli di Marradi, cui seguirà, nel 1928, un’edizione ‘scorretta’ e ‘non autorizzata’ per Vallecchi editore di Firenze, Canti Orfici ed altre liriche. Opera completa, con prefazione di Bino Binazzi.

Rinchiuso, a partire dal 1918, nel cronicario di Castel Pulci (comune di Badia a Settimo), il cosiddetto ‘poeta pazzo’ vi rimarrà fino alla morte, sopraggiunta a nemmeno quarantasette anni, dopo più di quattordici anni di ospedale psichiatrico, il 1° marzo del 1932.

In concomitanza col centotrentesimo anniversario della nascita di Dino Campana, Matisklo Edizioni vuole celebrare uno dei più importanti poeti del Novecento ripubblicando in un’edizione anastatica l’unica stampa autorizzata dall’autore, la prima edizione degli Orfici del 1914. In collaborazione con la «Fondazione Mario Novaro» di Genova (e grazie all’impegno del presidente Maria Novaro), si riproduce infatti l’esemplare inviato, nel gennaio del 1916, da Campana al ‘poeta filosofo’ Mario Novaro, autore di Murmuri ed Echi e direttore della «Riviera ligure» di Oneglia, alla quale l’autore dei Canti collaborò dal 1915 al 1916. La copia, autografata, risulterà per la primissima volta accessibile a un ampio pubblico, quello dei tanti appassionati degli Orfici (che hanno fatto di questo libro di poesia un long seller) e quello degli altrettanto numerosi critici di letteratura italiana moderna e contemporanea. La curatela del volume, a quattro mani, è di Fabio Barricalla (poeta, filologo e curatore, per Matisklo Edizioni, della collana «Infiniti») e di Andrea Lanzola (non soltanto studioso e critico letterario, ma anche assiduo collaboratore della «Fondazione Novaro»).

La novità più rilevante di questa nuova edizione (oltre a quella, sostanzialmente inedita finora, della riproduzione di un esemplare realmente esistente del cosiddetto ‘incunabolo’ campaniano, ossia non frutto di restauri e ritocchi), consiste in una nuova trascrizione del testo, emendato dai numerosi refusi (e indispensabile strumento di ricerca, del quale anticiperemo una parte), e nel ripensamento dell’indice dei Canti, com’è noto mancante nell’edizione originaria. Risultato di tale ripensamento, un indice pressoché inedito:

La notte

I. La notte

II. Il viaggio e il ritorno

III. Fine

Notturni

La Chimera

Giardino autunnale (Firenze)

La speranza (sul torrente notturno)

L’invetriata

Il canto della tenebra

La sera di fiera

La petite promenade du poète

La Verna

La Verna (Diario)

II. Ritorno SALGO (nello spazio, fuori del tempo)

Immagini del viaggio e della montagna

[… poi che nella sorda lotta notturna]

Viaggio a Montevideo

Fantasia su un quadro d’Ardengo Soffici

Firenze (Uffizii)

Batte botte

Firenze

Faenza

Dualismo

Sogno di prigione

La giornata di un nevrastenico

Varie e frammenti

Barche amorrate

Frammento (Firenze)

Pampa

Il russo

Passeggiata in tram in America e ritorno

L’incontro di Regolo

Scirocco

Crepuscolo mediterraneo

Piazza Sarzano

Genova

[Epigrafe]

Com’è evidente, la novità più rilevante di questa nuova edizione degli Orfici è l’acquisizione critica di una nuova sezione, Immagini del viaggio e della montagna, la cui esistenza, in precedenza, non era ancora stata supposta dalla critica, se non fuggevolmente dal citato Sebastiano Vassalli (si veda Un po’ del mio sangue, Milano, BUR, 2005); sezione che, perlomeno secondo Barricalla (che firma il testo critico), risulterebbe composta da quattro testi in tutto: [… poi che nella sorda lotta notturna]; Viaggio a Montevideo; Fantasia su un quadro d’Ardengo Soffici; Firenze (Uffizii); Batte botte. Si tratterebbe, insomma, di una sezione di viaggio (Viaggio a Montevideo, Fantasia su un quadro d’Ardengo Soffici, Firenze (Uffizii), Batte botte) e della montagna ([… poi che nella sorda lotta notturna], che si richiama alla sezione precedente, La Verna).

Questo solo per anticipare le novità più importanti di questa edizione, che uscirà in autunno nella collana Infiniti, andando ad affiancare l’edizione filologica de “Il peccato ed altre cose” di Giovanni Boine. Nel frattempo, diamo qui tre piccoli saggi, trascelti dal testo critico, perché il lettore si faccia un’idea di quello che uscirà di qui a poche settimane. State connessi.

LA CHIMERA

Non so se tra rocce il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfi rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

IL CANTO DELLA TENEBRA

La luce del crepuscolo si attenua:
Inquieti spiriti sia dolce la tenebra
Al cuore che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
Sorgenti, sorgenti che sanno
Sorgenti che sanno che spiriti stanno
Che spiriti stanno a ascoltare…
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
Ascolta: ti ha vinto la Sorte:
Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:
Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte
Più Più Più
Intendi chi ancora ti culla:
Intendi la dolce fanciulla
Che dice all’orecchio: Più Più
Ed ecco si leva e scompare
Il vento: ecco torna dal mare
Ed ecco sentiamo ansimare
Il cuore che ci amò di più!
Guardiamo: di già il paesaggio
Degli alberi e l’acque è notturno
Il fiume va via taciturno…
Pum! mamma quell’omo lassù!

SOGNO DI PRIGIONE

Nel viola della notte odo canzoni bronzee. La cella è bianca, il giaciglio è bianco. La cella è bianca, piena di un torrente di voci che muoiono nelle angeliche cune, delle voci angeliche bronzee è piena la cella bianca. Silenzio: il viola della notte: in rabeschi dalle sbarre bianche il blu del sonno. Penso ad Anika: stelle deserte sui monti nevosi: strade bianche deserte: poi chiese di marmo bianche: nelle strade Anika canta: un buffo dall’occhio infernale la guida, che grida. Ora il mio paese tra le montagne. Io al parapetto del cimitero davanti alla stazione che guardo il cammino nero delle macchine, su, giù. Non è ancor notte; silenzio occhiuto di fuoco: le macchine mangiano rimangiano il nero silenzio nel cammino della notte. Un treno: si sgonfia arriva in silenzio, è fermo: la porpora del treno morde la notte: dal parapetto del cimitero le occhiaie rosse che si gonfiano nella notte: poi tutto, mi pare, si muta in rombo: Da un finestrino in fuga io? io ch’alzo le braccia nella luce! (il treno mi passa sotto rombando come un demonio).

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