Siamo tutti (potenziali) terroristi

americainagrodolceUsciva esattamente un anno fa la raccolta “America in agrodolce” di Paolo Valentini, racconti che parlano delle conseguenze sulle persone “comuni” dell’11 settembre 2001, scritti originariamente in cinese mandarino per spiegare il conflitto tra Occidente e Medio Oriente a lettori provenienti da una cultura dell’Estremo Oriente.

A distanza di un anno riproponiamo la “nota a margine” di Francesco Vico ad “America in agrodolce”, consapevoli che se molte cose da allora sono cambiate ( in meglio o in peggio, ma soprattutto in peggio) sono altrettante quelle rimaste uguali, seppur edulcorate dall’abitudine.

Siamo tutti (potenziali) terroristi

Nota a margine di «America in agrodolce»

Esistono poche date, nella storia dell’uomo, che fin da subito hanno fatto da spartiacque chiaro e preciso tra due momenti storici totalmente differenti, chiaramente identificabili. Una di queste è sicuramente l’11 settembre 2001.

La serie di attentati di New York, che provocarono il crollo delle Twin Towers, la distruzione di una parte del Pentagono e la distruzione di un altro aereo – sul cui obiettivo designato si è tanto discusso – inaugurarono la stagione della guerra al terrorismo, combattuta sia come guerra vera e propria, utilizzando armi ed eserciti, sia come guerra mediatica, impegnando organi di stampa di tutto il mondo – non sempre consapevoli – in un profondo e complesso processo di legittimazione della guerra stessa.

Tale processo si realizza attraverso la definizione dei due opposti schieramenti: da una parte le nazioni civilizzate occidentali o filo-occidentali, prima tra tutte gli Stati Uniti d’America, composte da personaggi e personale pubblici e conosciuti o almeno riconoscibili, dall’altra il misterioso campo dei terroristi, figure nascoste ed inavvicinabili per definizione, la cui essenza stessa sta nel non essere identificabili come tali fino a che non decidano di manifestare la propria appartenenza allo schieramento.

Non pretendo, in queste poche righe, di dare una spiegazione totale delle conseguenze del 9/11 o di ipotizzare uno o più congiure o complotti, la mia è semplicemente la constatazione di un fenomeno, messosi in moto in seguito ai tragici eventi di New York.

La guerra al terrore iniziata nel 2001 è quindi una guerra tra le potenze occidentali, rassicuranti nella loro ufficialità e nel loro porsi a baluardo della civiltà, e le forze del male, composte da individui ed organizzazioni non facilmente identificabili, non facilmente raggiungibili, che spesso vivono nascoste all’interno delle stesse nazioni che le combattono.

Tale guerra quindi, oltre ad avere una sua manifestazione militare negli interventi – non sempre completamente giustificabili – che negli anni si sono susseguiti in medio-oriente, comporta una serie di misure di sicurezza interna (dalle intercettazioni telefoniche alle nuove norme di sicurezza aeroportuale varate da allora) volte ad eliminare la minaccia terroristica sul proprio territorio, diventando troppo spesso occasione per il rafforzamento del controllo sulle vite dei cittadini, ognuno dei quali è una potenziale minaccia quando non allineato con l’asse delle forze del bene.

Tali misure di sicurezza sono, se non il segno più profondo lasciato dal conflitto iniziato con il crollo delle Twin Towers, sicuramente quello con il quale più spesso l’uomo comune si trova ad avere a che fare. «I terroristi sono tra noi. Il tuo vicino di casa potrebbe essere un terrorista, quindi possiamo (dobbiamo) perquisirlo in aeroporto, ascoltare le sue telefonate, leggere le sue lettere. TU potresti essere un terrorista, quindi possiamo (dobbiamo) perquisirti attentamente, ascoltare le tue telefonate, leggere le tue lettere. Lo facciamo per il tuo bene, per difenderti, per proteggerti.»

Questo atteggiamento, non nuovo per gli Stati Uniti (basti ricordare il Maccartismo) deve la propria evoluzione alla tragica novità rappresentata proprio dall’attentato delle Torri Gemelle, e ne è allo stesso tempo risposta e conseguenza.

Ma come fare per trasmettere questo senso di straniamento, questo sentirsi allo stesso tempo buoni e potenziali cattivi, ad una cultura tanto differente da quella occidentale qual è quella cinese?

In questi racconti, scritti originariamente in cinese mandarino e comparsi per la prima volta sul giornale della comunità cinese a Roma Ou Hua Shi Bao (Il Tempo Europa Cina), Paolo Valentini gioca la carta della leggerezza, dell’ironia.

Le immagini della tragedia dell’11 settembre, conosciute in tutto il mondo, fanno da sfondo alle storie personali di giornalisti, insegnanti, addetti alla sicurezza e normali cittadini e al loro rapporto – di certo non eroico, proprio per questo profondamente umano – con le conseguenze dello stesso. Sempre con la speranza – esplicitamente espressa da colui che è forse il principale esponente dell’ironia applicata ai conflitti, Kurt Vonnegut – che «alla fine la gentilezza prevarrà.» Ma senza farsi troppe illusioni a riguardo.

Francesco Vico


americainagrodolcePaolo Valentini
AMERICA in agrodolce
Racconti
Vertigini, collana di narrativa
Prima edizione, settembre 2014
ISBN: 978-88-98572-23-6
Nota a margine di Francesco Vico
Illustrazioni e copertina di Sara Bergomi
2,99 Euro
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