L’editoria italiana non è malata: è proprio morta.

book_versus_ebookQualche giorno fa è uscito su La Repubblica un articolo dal titolo “Crollo delle vendite e riscoperta della carta: addio al lettore digitale“. Titolo intrigante, come sanno essere i titoli degli articoli in quest’epoca strana dove si è disposti a fare di tutto per un click, un mipiace, un retweet.
Il contenuto dell’articolo poco conta, si tratta fondamentalmente di una ripresa di un altro articolo del The New York Times, che parla di un calo del 10% nelle vendite degli eBook sul mercato statunitense nei primi mesi del 2015, imputati ad una politica dei “prezzi alti” da parte delle case editrici (infatti l’articolo, come fa notare PianetaeBook, non tiene conto dei dati di vendita delle case editrici indipendenti, e neppure del fenomeno dell’auto-pubblicazione, ma solo delle maggiori. Su AuthorEarnings i dati nel dettaglio).
Ma non è questo il punto, quanto il fatto che sia assente nella versione originale quel sottile compiacimento che invece è ben percepibile nella variante italiota, come a dire “ecco, l’avete menata tanto che il cartaceo era finito e l’eBook il futuro, invece non è vero”.
Come ho ripetuto già più volte la contrapposizione tra cartaceo ed eBook, tra lettori digitali e lettori tradizionali, non esiste. Forse mi sbagliavo. Alla luce di questo articolo mi viene da pensare che una lotta esista, per la precisione un tentativo degli editori cartacei (i grossi editori, ma anche quei piccoli editori che non sarebbero in grado di produrre prodotti digitali vuoi per obsolescenza delle conoscenze, vuoi per la paura che effettivamente l’eBook – meno costoso per il lettore, meno dispendioso per l’editore) di affondare ciò che è visto come una minaccia ad un modo di lavorare – quello dell’editoria italiana – che si sta dimostrando già di per sé fallimentare.
(Lasciamo pure fuori dal discorso gli editori a pagamento e quelli con contributo: personalmente non li considero editori ma stampatori, ed anche un po’ vigliacchi visto che non vogliono “rischiare” nel pubblicare un libro che poi non sanno se rientrerà delle spese. Vivono la contraddizione di fondo de “l’autore deve credere nella propria opera” quando loro stessi per primi ammettono di non crederci chiedendogli soldi, hanno già abbastanza problemi).
Un altro articolo di qualche giorno fa, questo qui su Internazionale, relativo alla questione Volkswagen, iniziava con un modo che trovo assolutamente condivisibile, non solo relativamente al mercato dell’automobile: “La frase più pericolosa nel mondo degli affari è: “Lo fanno tutti”.“.
In queste poche parole è riassunta la situazione dell’editoria italiana: i grandi si preoccupano sempre meno di letteratura e sempre di più di mantenere una posizione dominante sul mercato, come se un libro fosse una merce qualsiasi. I piccoli annaspano, impossibilitati a distribuire visto che il cartaceo presenta costi di distribuzione che vanno a mangiare buona parte del prezzo di copertina. Tutti quanti si lamentano che in Italia non legge nessuno (e meno male, aggiungerei, vista la qualità media delle pubblicazioni) e si affidano ad un meccanismo – quello dei resi – con la speranza di tirare avanti un altro po’ sperando che nel frattempo le cose cambino. Da sole. Forse aspettano di vincere al SuperEnalotto, chi lo sa.
Ci sono ovviamente le eccezioni, ci sono editori che lavorano seriamente e con particolare sensibilità. Alcuni vanno bene, altri vanno male. Ma non sono certo loro quelli che si lamentano del digitale, che rimpiangono “il profumo della carta”.
Quando ho aperto Matisklo Edizioni, la decisione di essere esclusivamente digitali è stata dettata proprio da una serie di considerazioni sulla “sostenibilità” del cartaceo (c’è una bell’intervista a Maggiani a riguardo), non dall’odio per i libri di carta – che anzi adoro. Adesso scopro che invece gli editori cartacei odiano il digitale, perché è un modo anche per uno spiantato come me – che non ha alle spalle una “famiglia bene” o un capitale da buttar via – di fare cultura, o almeno provarci. Mentre loro non ne sono più in grado, ammesso che abbiano mai voluto farlo.
Molto bene: mi preoccupo sempre quando quello che faccio non è considerato “sbagliato” o “pericoloso” o “stupido”, significa che non lo sto facendo abbastanza bene, o che lo sto facendo come lo fanno tutti quanti.
E chiudo con una richiesta ai lettori: leggete libri che non leggereste mai. Leggete digitale, leggete poesia, leggete cose strane. Sceglietele dai cataloghi di quelle piccole case editrici – per fortuna non solo Matisklo – che si sbattono per essere “facilitatori di cultura” prima che venditori, quelle che tengono i prezzi sotto i 5 euro perché sanno che la cultura deve essere di tutti, e non di pochi. Fatevi una cultura, che con le possibilità che ci sono oggi non è appannaggio di pochi. Dimostrate a questi signori che non siete i pecoroni che loro vogliono che siate.

Francesco Vico

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