Il pubblico delle letture di poesia

di Francesco Vico  

homopoeticus
Roberto “Keller” Veirana legge in Piazza Chabrol a Savona, durante il XXII Festival Internazionale di Poesia “Parole Spalancate”. Da notare, in basso a destra, il groviglio di cavi elettrici prima causa di incidenti mortali ai reading di poesia.

Le letture di poesia, di solito, non me le godo per niente. Non me le godo per niente perché mi sono caricato questa grana non solo qualche poesia di scriverla – se si può chiamare poesia, la roba che scrivo io – ma pure di organizzarla. Quindi, di solito, le letture di poesia non me le godo per niente perché in quel momento sono troppo preso da altre cose: scoprire che fine ha fatto l’autore che deve leggere dopo questo, tenere lontani quei due autori perché non si sopportano e se finiscono troppo vicini iniziano a litigare, cercare di capire se quell’altro autore ha su quell’aria truce perché è già “nel personaggio” o perché è già al settimo negroni, sperare che l’impianto audio regga altri venti minuti senza esplodere sul pubblico, controllare di essere “nei tempi” altrimenti il gestore del locale spegne tutto e se ne va a dormire e ci ritroviamo al buio chiusi dentro.

Buona parte di queste mie paranoie sono, effettivamente, paranoie. Riguardano cose che non dipendono da me e il fatto di preoccuparmene così tanto non significa che possa fare qualcosa per – eventualmente – evitarle.

Di una cosa però non mi preoccupo: del fatto che il pubblico sia o meno “attento” a quello che sta succedendo sul palco.

Non me ne preoccupo perché, questo sì, è al di fuori delle funzioni di chi organizza un reading. Ci si occupa di trovare il posto, di far trovare il posto ai poeti, di procurarsi un impianto audio che sia – quasi – funzionante, di far sì che il pubblico, più o meno numeroso, più o meno volontario, sia presente.

Poi, dall’istante nel quale il microfono passa all’autore, sta a lui.

Sta all’autore interessare il pubblico, renderlo partecipe, fare sì che ascolti quello che ha da dirgli.

Leggere poesia in pubblico, soprattutto se si tratta di poesia scritta da sé, presuppone che chi la legge ritenga interessante per chi la ascolta ascoltarla. Se chi è lì per ascoltare, in quel momento, invece di ascoltare si mette a fare altro (chiacchierare, giocare a carte, smontare un carburatore) significa che chi legge non è riuscito ad interessare il pubblico.

“Interessare il pubblico” è invece proprio quello che dovrebbe fare in quel momento il poeta, non è detto che sempre ci si riesca, non è detto che anche solo “a volte” ci si riesca, ma è quello che bisogna provare a fare in quel momento.

C’è chi lo fa urlando, chi recitando, chi dicendo parolacce, chi presentandosi sul palco nudo. Non importa come, ognuno deve trovare il suo modo. Altrimenti può essere il miglior poeta che sia mai esistito, ma resterà comunque quello che stava dicendo qualcosa al microfono mentre in platea si giocava un torneo di calcetto usando fazzoletti di carta appallottolati.

Il pubblico delle letture di poesia è solitamente lì per ascoltare poesia, sa quindi benissimo cosa lo aspetta, ma non è lì per stare zitto e muto e attento a prescindere. Bisogna conquistarlo, interessarlo, coinvolgerlo. Ognuno alla sua maniera, ognuno usando quello che sa fare.

E non è indispensabile, anche se aiuta, essere consumati attori e/o mostruosi affabulatori. Spesso è sufficiente essere se stessi per far capire a chi ascolta che quello che si sta leggendo, siccome l’abbiamo scritto noi e riteniamo che sia interessante anche per altri (altrimenti non saremmo lì a leggerlo ad altri) è davvero interessante. Non è neanche questione di essere timidi o estroversi, quanto piuttosto di avere ben presente che sei lì per leggere le tue cose ad altri, ed il tuo primo dovere è quindi far sì che gli altri ti ascoltino (così come il mio primo dovere, da organizzatore, è far sì che il microfono funzioni e non ti esploda in mano).

Altrimenti, se pensi che quello che scrivi/leggi non sia interessante per nessuno ma che il pubblico debba ascoltarti ugualmente, perché sì, perché deve, allora forse sarebbe il caso di iniziare a pensare seriamente di lasciar perdere. Ci guadagna il pubblico, ci guadagni tu, ci guadagna soprattutto la Poesia.

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7 pensieri su “Il pubblico delle letture di poesia

  1. Condivido. Riuscire a farsi ascoltare quando si leggono poesie non è facile. Ma ascoltare forse lo è anche di più. Un po’ di sana umiltà e non presumere che agli altri debba per forza interessare quello che diciamo (che già mettersi a leggere in pubblico cose proprie presuppone un po’ di presunzione) secondo me non guasta.

  2. Sono d’accordo sulla maggior parte dei concetti espressi, a patto che “interessare il pubblico” non sia il fine ultimo della Poesia. Per me dire una poesia è come nuotare: dipende dalla corrente e dalla mole delle onde se arriverò abbastanza a largo o se deciderò di restarmene prudentemente a riva. Allo stesso modo, dipende dal tipo di platea (ma non soltanto) quanto e come leggerò. Se sono un professionista (e non lo sono) dirò comunque bene i miei versi, anche se la platea lascia a desiderare. Se sono un dilettante, mi lascerò influenzare da fattori esterni, quali il mio umore, il tipo di pubblico, quanti negroni ho bevuto.

    C’è un altro fattore che a mio avviso manca nella tua ricostruzione: il pubblico dello slam, e con esso il pubblico televisivo, il pubblico radiofonico, il pubblico delle feste di paese, non è lo stesso del pubblico che va a teatro, del pubblico della poesia. Questo è, spesso, un bene per i poeti, poiché ci consente di raggiungere un pubblico più vasto, ma un cancro per la poesia. Con ciò voglio dire che se ti trovi in un bar, in una bettola, in una sagra del tortellino — dato che molti di noi scelgono di andarci — non leggi le stesse cose che leggeresti in un teatro, in una sala concerti, in un festival della poesia internazionale, proprio perché il pubblico cambia e l’attenzione è diversa.

    In altre parole: non mi stupisce che a una sagra di paese la gente chiacchieri, faccia rumore, guardi lo schermo del cellulare; ad un festival della poesia, invece, sì. Questo ha a che vedere con il tipo di organizzazione che uno mette in atto, se non altro per evitare brutte figure.

    In ultima istanza, consentimi di dire che, anche se a conti fatti il pubblico è sovrano, e se il pubblico è stato partecipe è andata comunque bene, da partecipante a organizzatore: non inserire il nome di uno dei poeti partecipanti nei volantini, solo perché questi non fa parte dei poeti autoctoni, è molto poco professionale. E beninteso, quando si domanda con anticipo una scheda tecnica (cerchiamo di differenziare il reading dalla performance, proprio perché abbiamo rispetto del pubblico e per cercare di portare qualcosa di diverso dal reading), sarebbe bene rispettarla.

    (La frecciata era dovuta, scusate. Vale per la prossima volta)

    Con rispetto,

    Davide

    1. Inizio dalla fine (dalla frecciatina): il nome tuo non c’era nei volantini perché non ho fatto io i volantini, giro la stessa all’organizzazione stessa del Festival. Riguardo a quel che dici prima più che giusto, proprio perché a seconda del pubblico e dell’ambiente in cui ci si trova a leggere ci si adatta, a livello sia di scelta dei testi sia di impostazione degli stessi. E no, “interessare il pubblico” non è il fine ultimo della poesia, ma di leggere poesia in pubblico sì 😉 (FV)

    1. Appunto: o si trova la maniera di interessarlo, o si “lascia perdere”. In questo senso, tra le altre cose, è interessante la formula del “Poetry Slam”, ma non è l’unico modo. (FV)

      1. Il poetry slam focalizza l’attenzione sul sangue, la sfida tra i poeti. A spuntarla in questo caso non è il più bravo ma il più audace. Quello del pubblico è un problema che la poesia condivide con altre manifestazioni artistiche: ai concerti la gente parla sopra la musica, alle mostre di quadri guarda ma non osserva. Siamo sommersi dalle informazioni e tutto questo riduce la nostra soglia di attenzione

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