La “poesia” è tutta “performativa”

readingRiportiamo di seguito alcune riflessioni di Francesco Vico, presidente dell’Associazione Culturale Matisklo, sull’intervento “Da Dante alla performance – Un approfondimento sulla ‘poesia performativa‘” del collettivo Salinika e pubblicato ieri 12 ottobre su Neutopia nella sezione “Noumeno – recensioni e critica”.


Ho trovato estremamente interessante le considerazioni di Salinika, su Neutopia, relative al rapporto tra poesia moderna e performance.
Dopo un cappello introduttivo dove si riassume a partire da una selezione – parziale ma estremamente significativa – di correnti poetiche del Novecento quella che è la storia recente dell’atto poetico e del suo rapporto via via più stretto con la sua realizzazione “dal vivo”, si passa alle considerazioni sulla situazione contemporanea, considerazioni profondamente influenzate da due diversi aspetti visti quasi in contrapposizione: la poesia-performata e la poesia-social. Da questa contrapposizione viene fuori la conclusione: “la poesia moderna sarà performata o non sarà”.
Di seguito riporto alcune mie brevi riflessioni su alcuni passaggi del testo, consapevole che per approfondire tutti i temi toccati non bastano certo un paio di post su un paio di blog ma si tratta comunque di un inizio dal quale si dipanano potenziali discussioni interessanti, paurosi litigi, serate passate a bere birra e a parlare del futuro della poesia e del rispettivo modo di intenderla.
Riporto in corsivo le citazioni dall’articolo, di seguito le mie considerazioni. L’articolo completo è consultabile sul sito di Neutopia a questo link.

la poesia performativa non esiste: esiste la performance, che viene dal teatro e quindi dalla «foné», ed esiste la poesia, che fin dai tempi della tragedia greca nel teatro è nata e cresciuta. Poi è arrivata la forma, la metrica, la scrittura, la poesia si è fatta genere e, quindi, letteratura
Pienamente d’accordo sul fatto che la “poesia performativa” non esista come sotto-genere della poesia, un po’ meno sul fatto che derivino entrambe dal teatro. A volersi spingere abbastanza indietro (parecchio indietro, almeno a prima dell’invenzione della scrittura e quindi della “letteratura”) ci si accorge che poesia e teatro hanno un’origine comune proprio nella performance, vista come momento “di fruizione” dell’opera stessa da parte del pubblico, e che le caratteristiche “vestigiali” della poesia stessa altro non sono che un ricordo dell’epoca dell’oralità (rima, ritmo e struttura sono aiuti alla memorizzazione, indispensabile prima dell’invenzione di una scrittura alfabetica in grado di fissare l’opera su un supporto più duraturo della memoria umana). Partendo da questa interpretazione, non esiste un genere definibile come “poesia performativa” perché tutta la poesia è “performativa” (dove questo termine sta ad indicare come lo scopo dell’opera sia assumere una forma in grado di raggiungere il suo pubblico) in un modo che dipende strettamente dalle possibilità “tecniche” offerte dall’epoca che si prende in riferimento: la recitazione, la lettura orale, il libro stampato, l’eBook, il social network.

In Italia, malgrado la commistione tra le arti sia un fatto reale e riscontrato, ancora persistono le voci di quanti sostengono che “quella non è poesia”.
Emerge qui un tema di fondo che tornerà anche più avanti pur non venendo mai trattato esplicitamente, un po’ come è normale che quanto siamo particolarmente affezionati ad una persona questa si ripresenti nei nostri pensieri anche quando stiamo facendo altro: si tratta per Salinika, a mio avviso, della distinzione mai risolta tra cos’è e cosa non è “poesia”, distinzione che richiederebbe una definizione certa e univoca di poesia – che non abbiamo – o almeno l’arroganza di voler tracciare una linea arbitraria in un qualche punto del panorama variegato che ci troviamo di fronte. Mancando a Salinika sia arroganza sia certezza si limita a far presente la propria tesi secondo la quale manca attualmente una “critica militante che sappia raccontare i fenomeni artistici e letterari che stanno accadendo”, tralasciando il fatto che qualsiasi critica militante si baserebbe giocoforza su un suo proprio reticolo di meridiani e paralleli, arbitrari come è arbitrario il linguaggio, attraverso i quali definire proprio cosa è e cosa non è “poesia”, rischiando di lasciar fuori qualcosa che lui includerebbe e viceversa. Comunque si tratta di un pericolo relativo, avendo Salinika ragione sulla mancanza – ormai cronica – di un sistema critico propriamente detto al passo con quanto sta accadendo dal punto di vista della produzione poetica contemporanea.

non si può separare la poesia dall’uso che se ne fa.
Decisamente no, anche se la difficoltà effettiva non è tanto evitare questa separazione concettuale quanto definire i possibili “usi” della poesia (altro lavoro per aspiranti ad una “critica militante” ). Uno di questi usi possibili, che non si presentano mai isolati ma sempre in unione con altri, è secondo me quello “comunicativo”, nel senso non tanto di ciò che viene comunicato quanto della struttura emittente/messaggio/canale/destinatario che la poesia va a creare (ognuno ha concetti ai quali è affezionato, questo è il mio).

Qui risiede il presupposto utile a fungere da spartiacque in questo nostro se pur breve approfondimento critico. Mentre il cabarettismo e il divismo – fattori endemici in un contesto performativo ancora primitivo – imperversano, si profila di fronte a noi un orizzonte in cui la voce, la battuta, il gesto e il getto divengono i contorni di quel bacino entro cui scorgiamo il futuro dell’ars poetica, in una sola parola: oralità.
Dall’oralità si è partiti, all’oralità stiamo tornando, almeno secondo Salinika. Il punto, tralasciato dai nostri, è forse però che dall’oralità non ci siamo mai allontanati troppo: si discute di come, dove e perché performare poesia fin da prima dell’invenzione della scrittura; con l’evolversi degli strumenti attraverso i quali comunicare (la lettura pubblica, il teatro, la scrittura manoscritta, la stampa, la radio, la televisione e più di recente Internet) l’oralità è sempre rimasta un aspetto fondamentale anche quando si è sostenuta una sua importanza secondaria nell’atto poetico (in questo caso il rifiuto dell’oralità altro non è che un riconoscimento della sua importanza ritenuta da altri eccessiva).

Ed è alla voce che canta ma che non comanda, alla voce di Orfeo che la nostra speranza artistica e morale si rivolge: anno 2016, lento avanzamento di un epilogo della modernità, lento disfacimento del linguaggio su cui si è retta la narrativa culturale in cui si articolano frigide esistenze. Il disfacimento è palpabile, disfacimento generato dall’heideggeriana onnipotenza tecnica, disfacimento della completa destituzione del valore del soggetto ad un percorso preimpostato, virtuale, calcolabile, astratto. Così com’è astratto lo sviluppo delle nostre vite e delle nostre poetiche, endecasillabi neo-metrici annacquati dal peso della poesia “starlette”.
La tentazione di voler trovare a tutti i costi un momento di svolta, un perno attorno al quale far ruotare tutto il sistema-poesia, è grande e Salinika non ne è immune. Si tratta di una tentazione più che legittima, anzi è proprio attraverso la definizione di un reticolo e di un punto di riferimento che la critica fa il suo lavoro, senza dimenticare che quando si parla di contemporaneo si parla di punti di riferimento ancora più arbitrari proprio perché non (ancora) confermati. Sarebbe però troppo ingenuo dimenticare che ogni momento è, per gli osservatori che in quel momento osservano, un momento di svolta: un confine tra un “prima” e un “dopo”, la cui determinante è proprio l’essere “adesso” (e cambiare mentre cambia quell’“adesso”). Personalmente credo poco ai discorsi sulla crisi della poesia proprio perché in continuo cambiamento, quindi in continua crisi, così come alla stessa maniera lascia il tempo che trova quello sull’età dell’oro della poesia: per anni ho sostenuto che tale epoca illuminata, da tanti indicata in un non meglio precisato passato, fosse invece proprio caratteristica del presente e della facilità tecnica con la quale diffondere letteratura; approfondendo questa riflessione mi sono reso conto che questo può valere per ogni epoca riguardo alla produzione artistica di quella particolare epoca, accorgendomi che si tratta di una considerazione sì corretta ma poco utile a descrivere quanto accade in maniera più dettagliata rispetto a puntare il dito e gridare “ehi, sta succedendo qualcosa qui”.

Da qui la conclusione secondo cui la poesia moderna sarà performata o non sarà.
La poesia moderna sarà per forza performata, come è sempre stata. Sarà performata negli slam, nelle letture pubbliche da parte dell’autore o di un attore, nel testo sulla pagina del libro – che è quanto di più simile ad una “forma definitiva” seppur temporanea –, nei post sui social e pure su qualsiasi altra diavoleria saremo capaci di inventarci. Quello che cambia non è la poesia, qualunque cosa essa sia, sono i canali attraverso i quali questa viaggia. E cambiando i canali cambia la poesia, sia nel senso di “il media è il messaggio” sia in quello che “quello che resterà” sarà la poesia che più è stata capace di adattarsi a tali canali, a dare il meglio con gli strumenti a sua disposizione, qualcosa che oggi magari fatichiamo a chiamare poesia ma sul quale un domani altri osservatori, osservandola da un presente che è il nostro futuro, non avranno dubbi.

Francesco Vico

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